Come eravamo
Scriveva tra Maori e hip-hop...

con Francesca Battistella

Dopo oltre dieci anni di web, di interviste, di libri, di espressioni, cosa è accaduto ai nostri protagonisti ed alle loro parole.
Francesca Battistella ...ora
l'ospite


Francesca
Battistella




Nome:

Francesca

Cognome:

Battistella

Nazionalità: Italiana

Data di nascita:

1 maggio 1955

Interessi:

"La lettura è di certo il mio interesse principale accanto alla scrittura. Non solo gialli e thriller, ma saggi legati alla storia e alla vita in Medio Oriente, romanzi storici e di genere. Amo viaggiare in paesi lontani, ahimè sempre più con la fantasia e meno con il corpo. Amo la danza che rappresenta una parte essenziale della mia esistenza, l'arricchisce, le dà un senso e una dimensione vitali. Cucinare e invitare gli amici a casa nostra; sciare, passeggiare e osservare il mondo".

Note biografiche:

"Ho frequentato il liceo classico e mi sono laureata in Sociologia con una tesi in Antropologia Culturale presso l'Università Federico II di Napoli. Ho conseguito un Master in Sociologia sulle migrazioni interne dei Maori all'Università Victoria a Wellington, Nuova Zelanda dove ho vissuto per quattro anni. Ho insegnato lingua Italiana e storia contemporanea alla Auckland University, sempre in Nuova Zelanda. Di ritorno in Italia ho lavorato come bibliotecaria, come traduttrice dal francese e dall'inglese per l'Istituto di Studi Filosofici a Napoli e poi come segretaria di alta direzione e promoter presso la società Innovare del gruppo Banco di Napoli".
L'Ospite sul web: Il sito web:
http://www.scritturascritture.it/

La pagina Facebook :
https://www.facebook.com/francesca.battistella.5?fref=ts
"E mail": franchibat@libero.it

Reperibilità dei lavori:

Le opere di Francesca Battistella sono reperibili anche in rete sul sito della casa editrice
"Scrittura & Scritture": http://www.scritturascritture.it/

  Comunicazioni:
-

l'intervista
I Caffè Culturali:
"Bentornata a I Caffe Culturali: come sta Francesca Battistella? Come ha trascorso questi ultimi anni?".
Francesca Battistella:
"Una gioia incontrarvi di nuovo, cari Caffè Culturali. Sto molto bene, grazie e mille auguri a voi per la vostra attività.
Gli ultimi quattro anni sono stati piuttosto impegnativi. Due nuovi libri pubblicati, La stretta del lupo e il suo seguito
Il messaggero dell'alba
; un nuovo libro, mi auguro in uscita nel 2016, terzo capitolo di questa trilogia gialla dedicata alla profiler Costanza Ravizza e al suo stravagante amico Alfredo Filangieri, Nord e Sud Italia a confronto, in molti modi e per molti versi. Scriverli è stato, come sempre, faticoso e divertente. Portarli in giro per l'Italia a volte molto faticoso, ma sempre una grande soddisfazione sia di carattere personale che per la casa editrice che mi pubblica e rappresenta, Scrittura&Scritture delle sorelle Corrado di Napoli. Re di bastoni, in piedi ha avuto tre ristampe e una riedizione. La stretta del lupo, una ristampa e una riedizione e lo stesso Il messaggero dell'alba, pubblicato nel giugno 2014, è già andato in ristampa. Notizie che fanno bene al cuore.
Molti gli inviti ricevuti a presentare i miei libri, inviti che mi hanno permesso di incontrare tanti appassionati lettori e acquistarne di nuovi. Il piacere del confronto con il pubblico, le domande, le interpretazioni offerte da alcuni presentatori, tutto ha contribuito a farmi prendere - mi auguro - consapevolezza su quanto scritto e quanto spero di scrivere ancora. Dunque quattro anni di grande ricchezza emotiva, spirituale e culturale accompagnati dagli alti e bassi della vita di ogni giorno con la quale ci troviamo comunque a fare i conti. Come sempre non rimpiango alcunché e ringrazio chi mi è stato vicino, dal mio amato marito Piero, ai miei nipotini, alle mie editrici, agli amici e persino la mia gatta Holly che quattro anni fa, appunto, ha deciso liberamente di far parte della nostra famiglia. Amore, amicizia, libri e musica per danzare sono il centro della mia esistenza".
I Caffè Culturali:
"Cosa è cambiato nel suo rapporto con le parole e nel suo modo di comporre?".
Francesca Battistella:
"A mio parere tanto, sebbene dovrebbero essere i miei lettori e non io a giudicare. Per quel che mi riguarda posso dire quanto segue: negli ultimi anni ho letto moltissimo spaziando fra i generi più disparati un po' per curiosità e molto nella speranza di apprendere nuove tecniche di scrittura, modi nuovi o diversi di esprimere situazioni, emozioni, sentimenti. Le parole, come le note, dovrebbero comporre accordi degni di essere ascoltati con gradimento. Non credo sia importante usare parole complicate per rendere interessante una frase. Ne bastano di semplici, ma al posto giusto e solo leggendo, parecchio, s'impara il ritmo da imporre a un periodo. Spero di esserci riuscita e di migliorare ancora. Non vedo un traguardo nel lavoro di scrittura, ma solo scalini che si perdono lassù, da qualche parte, e che chi scrive deve salire con costanza, ostinazione e un sorriso. Ho imparato anche molto dal lavoro di editing con le mie editrici di Scrittura&Scritture. In un giallo classico mantenere deste tensione e attenzione senza ricorrere a continui colpi di scena non è compito facile. Certo, il colpo di scena è necessario, ma non il suo abuso. Più utili, forse, sono scene e brevi quadri che si alternano nella narrazione, un trucco anche questo, vero, ma più sofisticato e intelligente di mille esplosioni e altre sorprese a effetto. Quindi, se qualcosa è cambiato nella mia scrittura - e mi auguro lo sia e in meglio - è l'aver preso coscienza di errori di impostazione e lungaggini; il rileggere con attenzione quanto già scritto per capire se suona bene oltre all'avere un senso, naturalmente; l'ascoltare con umiltà i consigli delle editor, cosa che per ogni scrittore, non importa quanto navigato sia, è sempre arduo. Anche le recensioni, i commenti dei lettori, il confronto con loro, sono necessari, ma alla fin fine è di noi stessi, del nostro lavoro di scrittura che dobbiamo essere soddisfatti sebbene, per me questa sia, ancora oggi, la cosa più difficile".
I Caffè Culturali:
"Perché Francesca Battistella scrive gialli?".
Francesca Battistella:
"Non nasco scrittrice di gialli, benché ami molto il genere e ammiri fra tutti Agatha Christie, P.D. James, Conan Doyle, Håkan Nesser, i primi libri di Fred Vargas, i polizieschi della coppia Sjöwall e Wahlöö, Andrea Camilleri, Maurizio de Giovanni e Enrico Pandiani, per citarne solo alcuni. La struttura del giallo prevede, a parer mio, oltre alla capacità in sé di saper scrivere una storia che stia in piedi per ritmo e complessità, una mente logico-matematica della quale ho sempre creduto di essere sprovvista. Ho iniziato la mia carriera di scrittrice con un romanzo storico ambientato fra Libano e Palestina e credo di trovarmi più a mio agio con il romanzo in generale, dove entri anche il sociale, certo, e il contesto storico e politico facciano parte della trama. Dunque mai immaginavo di cimentarmi nel giallo. Finché nel lontano 2004, in un momento davvero triste della mia vita al quale mi sforzavo di sfuggire, ho immaginato una storia più noir che gialla ambientata a Napoli, l'ho scritta e mi sono resa conto che potevo farcela. È stato terapeutico per due motivi: mi ha impedito di concentrarmi su qualcosa che non potevo risolvere nella realtà - la morte di mia madre - insegnandomi al contempo che con la fantasia potevo andare dove volevo e che, sforzandomi, ero in grado di sviluppare la parte logico-matematica del mio cervello. A quel libro ha fatto seguito Re di bastoni, in piedi e poi gli altri. Nei miei libri la trama gialla è presente e sviluppata nella sua parte di detection, la qual cosa rappresenta ogni volta una sfida, ma anche un vero divertimento. Al contempo, cerco di dare spazio ai sentimenti, alle emozioni, alle passioni di protagonisti, vittime e assassini. Il truculento mi interessa poco, lo uso con parsimonia. È la mente criminale a intrigarmi, quel confine sottile che ognuno di noi, per motivi diversi, potrebbe varcare precipitando nell'abisso. Questa, per chi scrive ed è costretto a essere ciascuno dei propri personaggi, è forse la parte più complessa e inquietante. Ci si chiede: ma se sono capace di diventare nella finzione un assassino così perverso e crudele, cosa c'è davvero dentro di me che non conosco? Per altri versi è liberatorio poter uccidere chiunque senza dover subire punizioni di sorta. Da questo, chi scrive gialli, thriller e noir dovrebbe trarre un grande vantaggio ripulendo la propria mente da rabbia e aggressività inutili. Che sia davvero così, be', è tutta un'altra storia".
I Caffè Culturali:
"Ritiene di conoscersi meglio grazie alla composizione?".
Francesca Battistella:
"Ecco una domanda davvero interessante che contiene in sé il potere di scatenarne altre cento. Conoscersi? Credo sia già difficile conoscere se stessi. Conoscersi meglio forse impossibile. Comporre, scrivere e pubblicare alla lunga possono diventare strumenti per una conoscenza di sé, ammesso che non si riducano a un mero esercizio tecnico, ma si trasformino in un lavoro di ricerca interiore, una forma di autoanalisi costante, un generatore di domande su noi che scriviamo. Perché? Cosa ci ha spinto a scegliere questa vicenda e non un'altra? Perché raccontarla in questo particolare modo? Con queste precise parole e non altre?
Ritengo che l'immagine che uno scrittore ha di sé sia quella che gli arriva dagli sguardi, dai commenti, dagli atteggiamenti del suo pubblico. Basta ottenere un filo di visibilità mediatica, un certo gradimento di critica e ciò che riceviamo è ammirazione, rispetto, adulazione. E invidia, perché no? Eppure anche questa emozione - nella sua accezione negativa - risveglia il senso di quello che stiamo diventando o siamo diventati. Paradossalmente ci gratifica. Ogni scrittore ha in sé una considerevole dose di narcisismo perché, come sostiene Javier Cercas nel suo splendido libro L'impostore: La letteratura è una forma socialmente accettata di narcisismo. Dal momento che, come per il Narciso del mito ..la realtà uccide e la finzione salva il romanziere, perché la finzione spesso non è che un modo di mascherare la realtà, un modo di proteggersene o perfino di guarirne.
Credo che la composizione mi abbia concesso di conoscere di me stessa proprio questo: scrivere, per me - e immagino non solo per me - é una forma di guarigione dai demoni della fantasia, di protezione da una realtà sovente scomoda e sgradevole. Scrivere è una meravigliosa impostura se arricchisce chi scrive e avvolge chi legge come un velo pietoso dilatando il tempo e migliorando la sua vita quotidiana. Questo senza mai dimenticare l'umiltà nello svolgere il proprio lavoro e il rispetto del lettore".
I Caffè Culturali:
"In cosa consiste il rispetto per il lettore?".
Francesca Battistella:
"In alcune regole essenziali, direi. Riprendendo il tema dell'impostura così ben trattato nel libro di Cercas, dovere morale del romanziere è ingannare, dovere intellettuale del lettore è lasciarsi ingannare. Credo che il patto fra chi scrive e chi legge risieda in questo, dove però l'inganno di chi scrive non consiste nel prendere in giro chi legge creando dal nulla la finzione. Perché la sua finzione sia onesta, obbligo dello scrittore è documentarsi per poter reinventare a fondo la realtà. Se questo è vero per il romanzo in generale, diventa a parer mio ancor più vero nel giallo. Qui il gioco fra scrittore e lettore si fa complesso e articolato: da scrittore devo essere così bravo da spingerti a leggere pagina dopo pagina con il fiato sospeso mentre tu, lettore, ti chiedi: chi è stato a commettere questo o questi delitti? Come prosegue la storia? E adesso come farà chi indaga a capire? Chi legge gialli lo sa e accetta la sfida, divertendosi. Ma chi li scrive non dovrebbe permettersi di lasciare elementi in sospeso, dimenticare indizi, costruire scene a effetto, ma inutili, al solo scopo di stupire e portare fuori strada chi legge rompendo così il patto. Da lettrice di gialli e thriller posso dire che invece ciò accade in libri di autori famosi e passa sotto silenzio. Certo, sappiamo bene che il libro, e tutto ciò che riguarda il mondo dell'editoria, oggi è un business dove sovente il guadagno conta più della bontà del prodotto che lo ha generato. Non di meno ritengo sia profondamente ingiusto e diseducativo trattare chi legge come un individuo incapace di critica e raziocinio. E la fama non è una giustificazione per superficialità e scorrettezze. Se noi scrittori esistiamo, pubblichiamo, vendiamo - certo, anche questo - è perché là fuori c'è un popolo di lettori che accoglie con fiducia il nostro prodotto. Dunque, ritengo sia un dovere morale di ogni scrittore offrire un prodotto degno di questo nome proprio nel rispetto di chi lo leggerà".
I Caffè Culturali:
"Come è cambiato in questi anni il rapporto con i suoi lettori? Cosa ha imparato da loro?".
Francesca Battistella:
"Più presentazioni si fanno, più gente s'incontra viaggiando su e giù per la nostra bella Italia. Un po' alla volta ho imparato a sentire il pubblico come mi accadeva tanti anni fa quando recitavo in teatro e ogni sera, da quei volti che nel buio della sala intravedevi a malapena - e cercavi di guardare il meno possibile - arrivava un'onda emotiva capace di condizionare gesti e battute. Una sensazione molto particolare e a volte inquietante. Presentare un mio libro, da sola o con l'aiuto di un relatore, mi provoca sempre una grande emozione che talvolta rasenta il panico. Ma tant'è! Devo conviverci e farmene una ragione. Annuso il pubblico e mi lancio. Finora è sempre andata molto bene. Ho notato che il momento del Ci sono domande? ribalta il mio panico iniziale sul pubblico, generando silenzi finché qualche coraggioso non dà il via e allora le domande fioccano. La parte più bella però è il firma copie. La gente si avvicina, a volte ti chiede quello che non ha avuto il coraggio di chiedere seduta fra gli altri, si concede un'osservazione sui personaggi o la vicenda, vuole un'anticipazione sul prossimo libro, commenta qualcosa che gli è o non gli è piaciuta di un libro passato. Sono momenti speciali che invitano a riflettere. Come dicevo prima, sono loro i miei clienti. È a loro che devo pensare quando scrivo. Se mi diverto o mi dispero o combatto attraverso i personaggi dei miei libri, devo farlo in modo che la maggior parte dei miei lettori sia in grado di ritrovarsi, identificarsi nei personaggi e nella storia. Se dalle presentazioni si impara qualcosa credo sia proprio questo: ascoltare con attenzione e rispetto la voce, le emozioni di chi leggendo riscrive il mio libro e gli concede nuova vita".
I Caffè Culturali:
"Cos'è il male per una scrittrice di gialli?".
Francesca Battistella:
"Il male, per me, non è un'entità astratta. Non è il diavolo, non sono i fantasmi o gli spiriti delle tenebre, sebbene mi sia capitato di leggere thriller che nel finale evocavano una o tutte queste figure fantastiche a scopo risolutorio. Il male, come il bene, sono elementi concreti, fatti di carne e sangue. Sono persone, perché il male inteso come crudeltà è, purtroppo, una prerogativa degli uomini. Siamo gli unici mammiferi presenti su questa terra capaci di uccidere, torturare e infliggere sofferenza per il puro gusto di farlo, alla faccia di qualsiasi religione o legge morale dentro o fuori di noi. L'ho già detto e lo ripeto: credo sia sconvolgente rendersi conto come ciascuno di noi, in qualsiasi istante della vita e per motivi diversi, possa varcare un confine invisibile e precipitare dalla parte del male estremo. Rabbia, invidia, l'idea di essere stati trattati ingiustamente, soprusi ricevuti, l'accumularsi di tutte queste sensazioni ed emozioni può determinare una reazione estrema e violenta, basta che sia presente un elemento catalizzatore. I miei cattivi, ad esempio, sono individui che hanno ricevuto, ciascuno a modo suo, una ferita primigenia che, a un certo punto, ne condizionerà il comportamento. Magari sono stati tranquilli per un lungo periodo, hanno vissuto in apparente stato di quiete in mezzo ai loro simili. Finché, d'improvviso, accade qualcosa che riapre quell'antica ferita, un innesco che fa scoppiare la bomba nella loro mente. Ne racconto le storie non per giustificarli o riabilitarli, ma nel tentativo di capire attraverso quale percorso siano arrivati a commettere azioni efferate, il male appunto. Non è semplice. L'aiuto mi viene da un gran numero di libri di psicologia criminale e psicopatologia; dal confronto con amici psichiatri e conoscenti delle forze dell'ordine; dalla cronaca nera dei quotidiani; dai libri di storia e, per finire, dall'immaginazione. L'importante è che il mio cattivo sia credibile. Ho adorato Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti, ma pare che lo psicopatico puro in realtà non esista".
I Caffè Culturali:
"Ci permetta di insistere ancora sul tema dei lettori e sulle sue risposte precedenti: cosa accade, quale legame si instaura tra chi presenta il male, anche se frutto di fantasia, e coloro con i quali lo condivide? Perché ciò avviene? Quale lettura antropologica si può assegnare a tale comportamento?".
Francesca Battistella:
"Vorrei fare una breve premessa: se parliamo del male nel giallo classico, che è il mio genere, dobbiamo ricordare le sue recenti contaminazioni con thriller e noir. Dico questo perché oggi, in qualsiasi giallo, entrano in gioco anche elementi di denuncia sociale, riflessioni sul mondo dei criminali e sulla psicologia del delitto, sulla corruzione della nostra società - un tempo più consoni al noir - in altre parole il male viene declinato nei suoi diversi aspetti. Resta, nel giallo classico, il dovere di concludersi con un lieto fine: i cattivi vengono smascherati e la giustizia trionfa. Questo rende la narrazione per certi versi simile a una fiaba rassicurante permettendo così che tra scrittore e pubblico si crei un legame che definirei ancestrale. Fin dai tempi più antichi, quando ci si raccoglieva intorno a un fuoco e si ascoltavano le gesta degli eroi - le forze del male contro cui avevano combattuto e vinto, il modo in cui lo avevano fatto - l'essere umano ha gradito racconti che fossero in grado prima di stupirlo e spaventarlo e infine di consolarlo, di restituirgli fiducia nella giustizia e la sicurezza che nel mondo esistesse un equilibrio. E a colui che era più bravo a raccontare veniva riservato un posto speciale nella comunità. Ritengo che lo scrittore di gialli classici assolva questa funzione e stabilisca con il proprio pubblico un rapporto assai simile a quanto sopra descritto. Il tema del giallo classico, in fondo, è tanto semplice quanto banale: l'eterna lotta fra il bene (la giustizia) e il male (il crimine) che ritroviamo sia nella narrazione biblica che nelle favole. Soprattutto nel mondo di oggi in cui, grazie alla grande diffusione dell'informazione, sappiamo che un gran numero di crimini resta impunito, ritengo che il potere consolatorio del lieto fine nel giallo classico risvegli il bambino presente in ciascuno di noi, tranquillizzandolo. Vorrei concludere con le parole della studiosa Marjorie Nicholson, citata nel bel volume del prof. Giovanni Darconza dell'Universita di Urbino Il detective, il lettore e lo scrittore (Aras ed., 2013): il giallo classico riafferma il valore delle scelte morali e della responsabilità individuale contro un facile pessimismo alla moda... Un motivo in più, direi, per sottolineare quel legame di fiducia e ammirazione che si crea fra chi il male lo narra per vederlo annientato e i propri lettori".
I Caffè Culturali:
"Nel giallo classico di Francesca Battistella quali altri elementi si possono trovare, riferendosi alla sua precedente premessa? Se dovesse definire il suo stile, sempre all'interno del genere giallo classico, quale peculiarità identificherebbe la sua opera?".
Francesca Battistella:
"La contaminazione di cui parlavo poc'anzi ha trasformato il giallo classico in un racconto di più ampio respiro. Se prendiamo un Maigret di Simenon notiamo che i personaggi si muovono in un ambiente asettico, a dire: nessun riferimento alle condizioni politiche, economiche o sociali del periodo storico in cui si svolgono i fatti narrati. Stesso discorso per i gialli di Agatha Christie, fatte salve le evidenti divisioni in classi sociali tipiche dell'Inghilterra dell'epoca. Nei miei gialli posso concedermi cenni più o meno marcati - espressi direttamente dai protagonisti o da caratteri minori - sulla situazione politica, economica, sociale o storica all'interno della quale si sviluppa la vicenda. Credo sia fondamentale per definire i personaggi. Non vivono nel vuoto, hanno delle idee su quanto gli accade intorno, magari sono colpiti dagli stessi problemi economici o tormentati da dubbi di carattere politico o religioso che affliggono tanti abitanti del nostro Paese. Ciò che dicono o pensano non combacia necessariamente con il mio punto di vista, ma li rende, spero, concreti e vivi. Che parlino di queste cose, inoltre, mette me che scrivo nella condizione di spingerli a un contraddittorio con se stessi o fra loro. È un modo per farli interagire e fornire uno sfondo più ricco al quadro che dipingo, mi si passi la metafora. Se poi parliamo del mio stile direi che quel che lo caratterizza è l'ironia unita a un linguaggio piano. Naturale che, trattandosi di un giallo classico, mi interessi il delitto, il movente che lo ha generato e il modo in cui è stato commesso, ma amo anche raccontare i personaggi, quello che provano, i loro rapporti con gli altri perché è di questa commedia umana, alla fin fine, che è fatta la vita di ciascuno di noi. L'ironia stessa è parte della nostra esistenza. Trovarla dentro di noi e usarla nei momenti difficili può esserci di grande aiuto e salvarci dalla disperazione. Il tutto condito da un tocco di leggerezza, quella di cui parlava Italo Calvino un planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore".
I Caffè Culturali:
"Come sceglie i suoi personaggi e come attribuisce loro i ruoli?
Francesca Battistella:
"Direi che non sono io a scegliere i personaggi e i loro ruoli. A determinarli è la storia che ho in testa. Non sono una che scrive ogni giorno. Mi piace pensarle a lungo le trame dei libri, rigirarmele nella testa per settimane, a volte per mesi prima di mettermi a comporre. Gli elementi scatenanti possono essere tanti: dalla frase letta in un libro, alla scena di un film, a un commento sulla stampa, a qualcosa ascoltata durante una conversazione fra amici o in un luogo pubblico. Da lì parte una girandola di idee, di suggestioni, di possibilità che, lentamente, diventano una storia. Poi mi domando se valga la pena raccontarla e, se la risposta è sì, inizia la costruzione della vicenda e dei relativi personaggi - nonché le eventuali ricerche di base per darle contesto, sostanza e credibilità. Immagino di quanti personaggi ho bisogno, cosa faranno, come si muoveranno, cosa potrebbero dirsi in questa o quella circostanza. Mentre scrivo, può succedere che faccia diventare importante un personaggio che all'inizio ritenevo minore o viceversa. Credo che ciò accada perché, una volta evocati, i personaggi si animano, tendono a vivere una vita propria, indipendente dalla mia volontà. Detto così sembra si tratti di magia o spiritismo, ma ascoltando e parlando con altri autori ho scoperto che non sono l'unica a cui questo succede. Penso riguardi la molteplicità che esiste in ciascuno di noi ed è forse più sviluppata in chi scrive o racconta le vite degli altri. Ritengo inoltre che nasca dall'osservazione e dall'ascolto dell'universo umano che ci circonda, azioni non sempre eseguite a livello di coscienza vigile. Mi viene in mente il protagonista de I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, il quale scopre di essere una specie di centrale radio a cui arrivano le voci del mondo e lui non può far altro che ascoltarle e narrarle. Un'immagine che amo molto offerta da un autore che considero un grande della letteratura contemporanea per versatilità e immaginazione".
I Caffè Culturali:
"Tornando all'ironia, che lei ha poco prima presentato come uno degli aspetti peculiari del suo stile, come si pone questa caratteristica nei confronti dei suoi personaggi e come interagisce con essi?".
Francesca Battistella:
"Non tutti i miei libri obbediscono alla regola dell'ironia in quanto a composizione e personaggi. Dipende da cosa racconto, dal tema scelto. E non tutti i personaggi dei miei gialli sono ironici, anzi. Alcuni appaiono molto seri e molto compresi di se stessi come la gran parte del genere umano. È ironico, invece, lo stile che uso nella narrazione gialla, sovente per dissimulare - l'ironia è, fra le altre cose, una forma di dissimulazione - o alleggerire alcuni passaggi di necessità violenti o crudi della storia. In Re di bastoni, in piedi, ad esempio, ho conferito una certa dose di ironia e sarcasmo a descrizioni di ambienti e accadimenti perché ritenevo che questo stile fosse più consono a sottolinearne l'orrore e la sgradevolezza. Una scelta molto personale. Fra i personaggi di questo libro, il compito di ironizzare in merito a certe situazioni era affidato alla figura della zia Cettina, campionessa nel lasciare a bocca aperta gli astanti con la sua irriverente e tagliente visione del mondo, in grazia di una lucidità e di un distacco rari. Ne La stretta del lupo come nel suo seguito Il messaggero dell'alba è Alfredo Filangieri a raccogliere il testimone. Lui, come me, e nonostante l'età - i cinquanta li ha passati da un pezzo - deve ancora decidere se è un depresso tendente a diventare un cinico che ha fede in quel che fa o uno che prende la vita come viene ironizzando su se stesso e le vicende che lo travolgono e coinvolgono. Accanto a lui, e a fargli da spalla, c'è la domestica Carmelina, una specie di Perpetua che lo tiranneggia e lo riporta su questa terra ogni qual volta Alfredo si perda in fantasie o pensieri inutili e poco concreti. Il compito di questi personaggi è quello di ricordare a chi legge che una vicenda gialla, con morti ammazzati, indagini difficili e qualche brivido di paura, fa comunque parte di una realtà molteplice dove anche l'ironia esiste e stempera aiutando a sopravvivere".
I Caffè Culturali:
"Quale rapporto vive con i suoi personaggi? Se ne stanno chiusi tra le pagine o vivono con lei? Come sono cambiati in questi anni e come è cambiato il suo modo di pensare a loro?".
Francesca Battistella:
"Quando inizio la stesura di una nuova vicenda e prima ancora, mentre la sto immaginando e sviluppando con il pensiero, i personaggi che ritengo ne faranno parte sono sempre con me. In special modo prima di addormentarmi al punto che, se fossi sola o non mi dispiacesse disturbare chi mi dorme accanto, mi alzerei per buttare giù alcune note. Nel caso degli ultimi due gialli, poi, i personaggi sono diventati una vera ossessione dal momento che tali libri fanno parte di una trilogia. C'è un delizioso film italiano di qualche anno fa - chiedo venia se non ricordo il titolo - in cui uno scrittore vede diventare reali i propri personaggi con tutti gli inconvenienti del caso dal momento che, oltre a girargli per casa, lo tormentano con varie rimostranze sui ruoli a loro assegnati nella narrazione. Bene, senza arrivare a tanto, ormai capita anche a me di intrattenermi in discussioni con le mie creature nei momenti più disparati della giornata tanto da perdere di vista quello che di concreto sto facendo (cucinare, stirare, rifare il letto, ad esempio). È vero comunque che più si scrive e più si osserva con lo scopo di narrare, più si approfondisce in noi la capacità di cogliere atteggiamenti, lati psicologici inusuali, manie, difetti o qualità dell'umanità che ci circonda. E questa messe di informazioni finisce per riversarsi nei personaggi creati o che creeremo oltre a migliorare la nostra capacità percettiva e introspettiva. Anche la scelta dei libri da leggere ha un peso specifico non indifferente in questo lavoro di scavo e crescita intellettuale. Per me leggere Dürrenmatt, Simenon romanziere, Marcello Fois o un vecchio classico come La donna in bianco di Wilkie Collins - ma quanti altri ce ne sarebbero da aggiungere! - è come immergermi in meraviglie sempre nuove e inattese, in suggestioni che hanno il potere di arricchirmi e insegnarmi i mille e più modi di descrivere la complessità dell'animo umano".
I Caffè Culturali:
"Come pensa possa cambiare nel futuro il suo stile compositivo? Come immagina i suoi personaggi, la sua opera e la sua attivita compositiva negli anni a venire? Quali traguardi intravede o desidererebbe nel e dal suo processo creativo? ".
Francesca Battistella:
"Inizierei dai personaggi e parlando di quelli dei gialli non so davvero se, una volta pubblicato il terzo capitolo della serie, avranno un futuro letterario. Nel caso ciò accadesse, i più giovani li vedrei più sicuri di sé e smaliziati, più maturi e determinati, più bravi a governare dubbi, paure e sentimenti profondi. Non vedo invece grandi cambiamenti per Alfredo Filangieri, ma solo un lunga sequenza di alti e bassi. Magari una maggiore chiusura in se stesso e nel suo mondo fatto di libri, musica, gatto, passeggiate e gioia riposta nelle piccole cose. Certo, se la profiler Costanza Ravizza dovesse coinvolgerlo in una nuova indagine non si tirerebbe indietro. In fondo, ma molto in fondo, è un uomo curioso e talvolta un tantino impiccione. In quanto allo stile, resterei sull'ironia e la leggerezza come ho fatto finora. Continuo a credere che sia una scelta vincente. Nel prossimo futuro, però, mi piacerebbe abbandonare il giallo e dedicarmi, come in passato, al romanzo classico ambientato in un preciso contesto storico e sociale e popolato da personaggi che ricalchino figure realmente esistite. Se non il vero, narrerei volentieri il verosimile: ad esempio, una storia legata alle tristi e recenti vicende del Sud Italia, della Campania in particolare, mia regione di nascita. Lo stile sarebbe di necessità secco e conciso, per niente lieve e scanzonato. Oppure potrei tornare a immergermi in uno scenario bellico, come ne Gli esuli. Oggi non mancano di certo gli elementi per costruire una vicenda che si presenti come una denuncia sul silenzio e gli interessi che informano l'agire delle grandi potenze nei confronti dei molti teatri di guerra vicini all'Europa. Vorrei riuscire a farlo con forza e distacco, senza scivolare nel melodramma, usando uno stile che sia limpido e scarno. Compito arduo perché quello che leggo, vedo e sento mi coinvolge fino alla disperazione e provoca in me una rabbia impotente. La sfida sarebbe dunque gestire, attraverso la scrittura, una ridda di sentimenti personali stemperandola nel racconto e dividendola fra i vari personaggi. E dicendo questo mi riallaccio al discorso sul potere salvifico della scrittura: dovrebbe esserlo per chi scrive senza mai dimenticare, però, i propri lettori, la loro intelligenza, il loro desiderio di conoscere e capire senza annoiarsi. Rimane il fatto che, qualunque sia il mio prossimo impegno letterario, non lo vedrò come un traguardo, ma come l'ennesimo scalino da salire verso un possibile miglioramento stilistico e narrativo".

la nuvola (Cos'è?)

 


    

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Informazioni su questa pagina
titolo:"Scriveva tra Maori e hip-hop"
autore: INFOGESTIONE dli
con: Francesca Battistella
data di pubblicazione:
26.01.2016
ultimo aggiornamento
07.03.2016/IICA1603070900MANA1
codice di riferimento:
IICA1601261000MANA5

 
     
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