Con occhi di donna
Donne e veleni

Nel 331 a.C., a Roma, si celebrò un processo che fece scalpore, poiché a salire sul banco degli imputati furono dodici matrone sospettate di veneficium ai danni dei loro consorti, ai quali – secondo la pubblica accusa - avevano somministrato una bevanda avvelenata. Nel corso dei secoli ci saranno altri casi di reati della stessa natura commessi da mano femminile, ma è nella prima metà del XVII secolo che, sempre nella città dei papi, un altro processo scuoterà l’opinione pubblica per mesi. Seicento mogli, accusate di uxoricidio, verranno ritenute colpevoli e condannate a essere murate vive nelle mura del palazzo dell’Inquisizione, a Porta Cavalleggeri.

La vicenda, oggetto tra l’altro del romanzo Un sorso di arsenico”, passò dalla cronaca alla Storia come un sordo macello di mariti, eliminati con la micidiale mistura a base di arsenico e antimonio messa a punto da una fattucchiera e meretrice palermitana, tale Giulia Tofana. Il veleno - inodore, insapore, incolore – si rivelò tanto più perfetto grazie al fatto che la pratica dell’autopsia a scopo giudiziario entrò in uso piuttosto tardi, assicurando così alla morte pulita un’alta probabilità di essere addebitata a cause naturali, lasciando impunito il crimine.

La pozione della fattucchiera siciliana sopravvisse alla sua stessa inventrice, tanto che ancora alla fine del Settecento teneva in ansia il grande Mozart, il quale, già gravemente ammalato, confidò a sua moglie Konstanze il timore d’essere stato avvelenato proprio con l’acqua tofana.


Il particolare interessante di questo affaire è che Giulia, imprenditrice sui generis, inizialmente vendeva la sua pozione a chiunque fosse in grado di pagarla, allo scopo di fare soldi e riscattarsi da una vita infame, mentre in seguito – stando ad alcuni dettagli di lettura univoca – si deduce che la riserverà esclusivamente a una clientela femminile, avendo forse preso coscienza che con la sua fortunata formula poteva aiutare le figlie di Eva a farsi giustizia da sole contro mariti prepotenti e maneschi. Mariti spesso molto più vecchi di loro e altrettanto spesso non graditi, che venivano imposti alle ragazze dalle proprie famiglie, per questione di interesse.

Dice Giulia Tofana (romanzo cit.) a fra’ Girolamo, suo amante, che le procura l’arsenico per i diabolici miscugli da religiosi compiacenti (all’epoca le spezierie si trovavano all’interno dei conventi): “A quelle donne che la natura ha reso inermi e che vengono a cercarmi, do ciò che serve per dare un calcio alla sfortuna. Se i magistrati avessero più a cuore la giustizia, di Giulia Tofana non ce ne sarebbe alcun bisogno, ma nei tribunali sono tutti uomini e gli uomini vogliono il male delle donne, nonostante siano carne della loro carne”.

Grande imputata di tanti delitti appare, pertanto, una giustizia ingiusta, che non tutelando l’altra metà del cielo spingeva mogli vessate, umiliate, infelici a ricorrere all’omicidio per liberarsi di unioni indesiderate.

Bisognerà, infatti, aspettare il 1970 affinché il divorzio venga introdotto anche in Italia. Ma perfino una più semplice separazione rappresenterà a lungo un calvario per il cosiddetto sesso debole, che troppo spesso non aveva mezzi di sostentamento propri, visto che per secoli l’accesso al mondo del lavoro le era negato. Dulcis in fundo, la condanna morale della società, che fino alla vigilia dei nostri giorni relegava ai suoi margini le donne giudicate disobbedienti e ribelli. Abbandonare il tetto coniugale significava, infatti, rompere un patto benedetto da Dio. Nessuno sembrava chiedersi se quel Dio non si sentisse anch’Egli offeso per le violenze commesse all’interno della coppia, ai danni della parte più indifesa.

In tutto questo non va dimenticato che risale soltanto all’agosto del 1981 l’abrogazione delle disposizioni sul delitto d’onore, grazie alle quali – attraverso un forte sconto di pena – veniva riconosciuto al coniuge tradito il diritto di lavare con il sangue l’offesa inflitta alla propria reputazione. In realtà, a usufruire della benevolenza di detta legge erano esclusivamente i mariti, in un Paese in cui, in tema di corna, vigeva (?) la doppia morale, considerandole un’onta solo se a metterle era la donna. In proposito, vale la pena menzionare quanto ancora accade oggi – solo per fare un esempio - nell’occidentalizzata Turchia, che nell’obiettivo di entrare a far parte dell’Unione Europea si è vista costretta a eliminare dai suoi codici il delitto d’onore. Un passo obbligato, dunque, da esigenze di politica internazionale e non da una presa di coscienza collettiva, tanto da spingere i cittadini turchi a correre subito ai ripari, sostituendo l’odioso crimine con un altro, ancora più subdolo, il suicidio d’onore, una pratica fortemente suggerita dai padri alle loro figlie qualora si rifiutino di sposare l’uomo che è stato scelto per loro, o che, incalzate dalla modernità, non vogliano vivere secondo i costumi tradizionali. Quelli di giovani vite stroncate dai topicidi non sono casi isolati bensì in crescente e preoccupante aumento.

Passano i secoli ma il veleno, sia per offesa che per difesa, resta lo strumento di morte a cui le donne fanno sinistro affidamento con maggior frequenza. E in fondo non sorprende, visto che non richiede forza fisica, né spargimento di sangue. Ciò che sorprende, invece, è che non passi mai di moda.

(*) Un sorso di arsenico, Adriana Assini, Scrittura & Scritture, Napoli 2009 - http://www.scritturascritture.it

Informazioni su questa pagina
titolo:"Donne e veleni"
autrice: Adriana Assini
data di pubblicazione: 26.02.2015
ultimo aggiornamento
26.02.2015
codice di riferimento:
IICA1502261212MAN
     
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