Con occhi di donna
A proposito di maternità

È il 1949 quando Simone de Beauvoir pubblica Le deuxième sexe(1), un saggio coraggioso e controcorrente destinato al successo ma anche a forti polemiche, nel quale l’Autrice denuncia e scardina un sistema culturale, vecchio di secoli, dentro al quale la donna viene riconosciuta unicamente per la sua funzione riproduttiva, ridotta dunque a mera “ovaia” e “matrice”.

Una visione maschilista, rozza e semplicistica che la filosofa e scrittrice francese mette a nudo servendosi di un linguaggio nuovo, diretto e a volte crudo, rivendicando il diritto per le donne di affrancarsi da simili modelli per realizzarsi, invece, attraverso lo studio, la creatività, il lavoro, gli affetti in tutte le loro forme.

Ma cos’è cambiato a distanza di più di mezzo secolo? Tre anni fa, un giornalista (2) (o un agente provocatore in cerca di pubblicità?), nell’affrontare un tema attualmente molto dibattuto - la bassa natalità come causa della crescente contrazione della popolazione – riportava quanto segue: “studi recenti denunciano lo stretto legame tra scolarizzazione femminile e declino demografico. La Harvard Kennedy School of Government ha messo nero su bianco che «le donne con più educazione e più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze».”


Fin qui, una constatazione dal tono apparentemente neutro. Ma subito dopo l’autore incalza, facendosi via via più insidioso, pur continuando a pararsi dietro alle affermazioni di terzi: “Il ministro conservatore inglese David Willets, ha avuto il coraggio (sic!) di far notare che «più istruzione superiore femminile» si traduce in «meno famiglie e meno figli».”

Poi, eccolo saltare ad illuminate conclusioni, stavolta le sue: “Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà.”

L’articolo scatenò forti polemiche sul web ma - fatta la tara agli eccessi - induce a una riflessione: sarebbe stato scritto e pubblicato se il contenuto fosse stato del tutto estraneo alla realtà? O ha invece fatto leva su una mentalità, più o meno sotterranea, che seppure con minore volgarità continua a serpeggiare tanto nei posti di lavoro che tra i banchi della scuola, della chiese e del Parlamento?

Sembra quasi che le lancette dell’orologio siano state rimesse indietro, magari ai tempi di Lutero, il quale ribadiva che fare figli fosse il solo scopo per cui le donne vengono al mondo, oppure di Hitler, secondo il quale dovevano essere delle sane e robuste "fattrici" di figli di razza ariana.

Purtroppo, la stirpe di Adamo è sempre entrata a gamba tesa nel delicato campo della maternità, qualificandola d’autorità come un bisogno naturale della donna (oltre che come un dovere sociale).

E le donne? Relegate in ruoli subalterni, vengono ancora “educate” a conformarsi alla mentalità corrente e a fare loro l’ambizione di integrarsi in quella normalità tipicamente borghese che ne fa coincidere la realizzazione con l’essere madri. Un destino sul cui altare va sacrificata ogni parte di sé dissonante dal modello imposto.

D’altronde, la ricerca dell’omologazione è un riparo sicuro dall’emarginazione; una protezione dal “sospetto” che investe chiunque quando, nello scegliere il proprio destino, non esita a violare consolidate convenzioni.

In un passo del testo sopracitato, la de Beauvoir afferma sferzante: “Non ci sono madri “snaturate” perché l’amore materno non ha niente di naturale, e appunto per questo ci sono cattive madri...”.

In seguito, tante altre autorevoli voci hanno contestato la pretesa vocazione naturale delle donne alla procreazione, mettendo in rilievo che la natura, per fortuna!, parla al plurale, essendo molto più variegata di quanto gli intelletti più ottusi non vogliano capire.

Ci piace pensare che una società non si possa considerare davvero civile se non riconosce la maternità come una scelta da compiere liberamente, in accordo con i bisogni personali e le proprie aspettative.

Una scelta che, comunque, avendo una valenza sociale, meriterebbe d’essere maggiormente sostenuta dai governi di turno, attraverso un serio miglioramento dell’offerta dei servizi pubblici, oltre a un aggiornamento della legislazione per rendere più compatibile la maternità con i tempi e le esigenze del lavoro.

Anche in questo campo, guardare a cosa succede in casa d’altri potrebbe stimolare a fare meglio: già da tempo in alcuni Paesi, soprattutto del Nord Europa, sono state adottate misure importanti per favorire una genitorialità basata sulla piena condivisione delle responsabilità, affiancando alle leggi un sistema educativo adeguato a recepirle.

In Italia, invece, il pregiudizio continua a prevalere sulle innovazioni. Un uomo che decida di ricorrere al congedo parentale, per esempio, verrà considerato poco affidabile sul lavoro, con spiacevoli ricadute sulla sua carriera, tra mobbing e derisione.


(1) Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe, Gallimard, Parigi, 1949
(2) Camillo Langone, Libero, 30 novembre 2011

 


Informazioni su questa pagina
titolo:"A proposito di maternità"
autrice: Adriana Assini
data di pubblicazione: 05.05.2015
ultimo aggiornamento
05.05.2015
codice di riferimento:
IICA1505050636MAN
     
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