Con quella faccia un po così: Felicia La Bara
L'esperienza di una autrice italiana all'estero e la sua visione di come venga percepita al di fuori dell'Italia la nostra cultura ed il nostro sistema di promozione culturale.
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l'ospite


Felicia La Bara


Nome:

Felicia

Cognome:

La Bara

Nazionalità:

Italiana

Data di nascita: 22 gennaio 1963

Interessi:

Scrittura,lettura, sport.

Note biografiche:

"Sono nata a Palermo, dove vivo.
Pianifico le mie giornate in modo da svolgere gran parte delle attività che amo di più. Dedico, quindi, le prime ore della mattina alla corsa, al fine di rinvigorire muscoli e, soprattutto, capacità intellettive, poiché correndo penso molto, specialmente l'opera a cui lavoro.
Il pomeriggio perlopiù scrivo e la sera leggo".
L'Ospite sul web: I Caffè Culturali:
Autori
Tavolino riservato

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Reperibilità dei lavori:



  Comunicazioni:
"D.O.S. (Di Origine Siciliana)
Famosi nel mondo"

di Felicia La Bara
Presenta: Sen. Francesco Giacobbe

In occasione del Convegno sul DDL n 687, modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza.
Saranno presenti:
il Sen. Francesco Giacobbe,
il Sen. Claudio Micheloni ,
il Sen. Renato G. Turano e
l'autrice Felicia La Bara
Interverrà il regista e sceneggiatore Gianfranco Serraino.

16. 06. 2015
ore 15:00

presso
Sala del Senato della Repubblica Istituto Santa Maria in Aquiro
Piazza Caprarica, 72 Roma

Evento ad invito.

    

l'intervista
I Caffè Culturali:
"Perché ha ricevuto l'invito dalla Stony Brook University?".
Felicia La Bara:

"L'Italian Culture Center della Stony Brook University ha più volte organizzato eventi e allestito mostre itineranti in tema di migrazione italiana, siciliana in particolare. Conobbi il docente d'italiano, qualche anno fa -quando il mio libro era in stampa-, in occasione di un suo intervento ad un seminario, organizzato dall'Università di Palermo, al quale presenziava anche il Rettore La Galla. In quella circostanza parlammo molto del testo, lui ne rimase entusiasta e mi annunciò, già allora, che avrebbe avuto il piacere di ospitarmi al Centro di Cultura Italiana della Stony Brook University di New York, appunto, per la presentazione del mio libro".

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I Caffè Culturali:
"Perché ha accettato l'invito?".

Felicia La Bara:

"Penso che il sogno di chiunque realizzi opere per le quali è richiesta una specifica capacità, sia poi proporle alla vista e all'attenzione altrui.
Avere, altresì, l'opportunità di rendere pubblico, in ogni forma, il risultato del lavoro, sia esso materiale o intellettuale, in un sito congenere è il non plus ultra.
La Stony Brook University è tra le più illustri università pubbliche degli Stati Uniti e, per di più, l'America è l'emblema dell'emigrazione, rifiutare l'invito sarebbe equivalso ad oscurare la vetrina di una boutique d'alta moda su una delle vie dello shopping di Parigi" .


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I Caffè Culturali:
"Perché la Stony Brook University desiderava presentare proprio il suo libro, chiedendole, così, una trasferta non proprio agevole? Quali sono i motivi accademici che hanno spinto l'ateneo americano ad invitarla?".
Felicia La Bara:

"Negli Stati Uniti e soprattutto in sedi in cui si esplicano attività legate alla cultura italiana, come l'Italian Cultur Center, temi che trattano l'emigrazione nella loro estensione, concettuale e temporale, come ho fatto io nel mio libro, sono oggetto di ampio e continuo esame. Il motivo è facilmente deducibile: molti americani hanno parenti in linea discendente provenienti dall'Italia e, in particolare, dal sud e dalla Sicilia, in D.O.S. (Di Origine Siciliana) Famosi nel mondo espongo il perché. Non dimentichiamo che New York fu il centro d'approdo di questi immensi flussi migratori, non a caso Ellis Island, il simbolo di tale fenomeno, oggi è un museo tematico. Pertanto il mio libro, per il Centro Culturale Italiano della Stony Brook University, aveva una indiscussa rilevanza, strettamente accademica. Sicuramente la trasferta non è stata agevole poiché se promuovi qualcosa, di quel qualcosa devi materialmente esserne in possesso, per cui ho portato con me una certa quantità di libri. Impresa non facile!".


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I Caffè Culturali:
"Arrivata sul suolo statunitense, quali sono stati i primi segnali rivelatori, le prime tracce perccepibili, del rapporto tra cultura italiana e statunitense?".
Felicia La Bara:

"Premesso che per cultura non si intende solo il bagaglio di conoscenze di chi è colto ma piuttosto l'insieme delle tradizioni scientifiche, letterarie, storiche, filosofiche, artistiche e così via, gli Stati Uniti e in particolare New York, sono territori formati da più etnie, ciascuna delle quali ha inevitabilmente contribuito all'arricchimento culturale con il proprio patrimonio di conoscenza. Tra gli elementi significativi delle tradizioni italiane a New York, al primo posto metterei sicuramente la gastronomia. La cucina italiana è largamente diffusa e molto apprezzata. Così come la moda. Molti i brand italiani lungo le vie più note della metropoli.
Ma ciò che ho trovato singolare e divertente in assoluto è stata l'accoglienza all'aeroporto, da parte di un "afroamericano" addetto alla sicurezza - l'ultimo da superare - che congedandoci disse
con la giusta cadenza: vué, paesà!. Penso che traccia, circa la diffusione della cultura italiana, più concreta di questa non possa esserci. È meraviglioso constatare quanto possa fondersi, alle proprie nozioni, anche una semplice espressione ed è stupefacente notare il sapiente accostamento nella giusta circostanza da parte di chi ha appreso, con molta probabilità, esclusivamente per mezzo di un genuino rapporto umano" .

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I Caffè Culturali:
"Di quale idea di Italia, secondo lei, è espressione quel vué, paesà!?".
Felicia La Bara:

Più che un'idea è una tradizione, meglio la tradizione, la capacità di estrinsecare con efficacia l'italianità aMericana.
La canzone melodrammatica napoletana ha rappresentato, verosimilmente l'intera Italia meridionale nel periodo dei grandi flussi migratori di fine '800 inizi '900. Ciò è dovuto al fatto che i porti d'imbarco per La Merica si trovassero a Napoli e a Palermo. La massa di gente che si spostava, assieme al modico bagaglio, portava al seguito proprio il canto. Per di più, in quel periodo l'analfabetismo dilagava, per cui, ovviamente, l'unica lingua in uso era il dialetto, che chiaramente divenne popolare anche nei luoghi d'approdo. Col tempo questo costume si è inevitabilmente perso ma qualche espressione colorata ancora all'occorrenza si risovviene, è il caso proprio della più che nota vué, paesà!
In quel caso specifico e cioè dell'omaccione afroamericano all'uscita del controllo aeroportuale di New York, ebbi la sensazione che con quell'espressione volle darci il benvenuto; come se, da buon padrone di casa, ci avesse voluto accogliere con l'esultanza tipica di un popolo aperto, vivace, brioso quali sono gli abitanti del mediterraneo. È evidente che questa nostra caratteristica lo ha entusiasmato al punto che tutte le volte che si imbatte in Italiani rievoca ciò che ha imparato. Ad ogni modo, per quanto a noi possa fare piacere essere ricevuti con tanto fervore, se è puro e genuino, resta il dubbio che le nostre tradizioni, la nostra cultura e persino la nostra istruzione vengano travisate. Si corre dunque il rischio che un'espressione gaia come vué paesà si trasformi in stereotipo che, in modo implicito, offende un'intera popolazione.
Ma come ho descritto nell'introduzione della sezione Con quella faccia un po' così, la mimica è la risposta ad una stato emotivo e tale stato l'omaccione lo espresse appieno sposando vué paesà con una risata frizzante, sottintendendo la stima verso noi e la nostra terra.

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I Caffè Culturali:
"Dopo l'aeroporto come è proseguita la vicenda?".
Felicia La Bara:

"Eravamo già stati a New York, per cui in questa occasione abbiamo visitato perlopiù siti inesplorati. Sicuramente è stata interessante e fruttuosa per me l'opportunità che ho avuto di raffrontare usi e costumi delle due collettività, italiana e americana, poiché siamo stati ospitati, nei giorni trascorsi a New York, rispettivamente: a casa di un'amica americana che vive a Brooklyn; nella villa di una famiglia di amici italoamericani che vivono a Bethlehem in Pennsylvania; a casa di un'altra amica americana a Copiague, una cittadina newyorkese che da Long Island si affaccia sull'Oceano Atlantico. L'americano è un popolo solare per certi versi simile a noi ma con una marcia in più. La loro cordialità non si limita al sorriso di cortesia. Loro, infatti, in qualsiasi occasione sono festosi, sempre spensierati, sempre positivi. Disponibili e attivi in ogni cosa e in ogni dove e soprattutto non si piangono mai addosso -nostra prerogativa-.
Trovare impronte di italianità non è semplice benché New York, l'America in generale, sia piena di italiani, anche di notevole fama, che finiscono per conformarsi.
Dopo New York il viaggio è proseguito alla volta di Chicago, splendida città, meno caotica rispetto alla "Grande Mela". Sapevo che questa città è considerevolmente popolata da italiani, di fatto avrei dovuto incontrare delle rappresentanze di alcune comunità alla parata del "Columbus Day", alla quale ero stata invitata. Maestosa esibizione, ottima organizzazione ma, a parte i nomi attribuiti ai vari gruppi e carri, in quella sfilata c'era ben poco di italiano. È chiaro che, benché il "Columbus Day" sia un evento nato dagli italiani per gli italiani al fine di rinvigorire la loro presenza all'attenzione e alla vista altrui, a turisti provenienti dall'Italia, come noi, ciò non appare tale, poiché costoro sono talmente integrati che non riflettono più tradizione e cultura alla quale dedicano questo avvenimento. L'incontro con i rappresentanti italiani è stato emozionante, molti di loro sono figli di immigrati e non parlano la lingua italiana. In questa occasione ho avuto modo di constatare che è pratica degli uomini al potere usare atteggiamenti e comportamenti arroganti verso chiunque; la questione sconvolgente è che questa condotta abbietta la assumono gli italoamericani che esercitano ruoli autoritari. Non sarà che fa parte del folclore nostrano?".

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I Caffè Culturali:
"Arriviamo alla presentazione della sua opera: come è considerata la cultura italiana nelle università statunitensi ed in particolare presso la Stony Brook University?".
Felicia La Bara:

"So che negli Stati Uniti ci sono diverse università italiane o con unità didattiche italiane integrate, come nel caso della Stony Brook University. Per quanto ebbi modo di constatare durante la mia visita in tale università, il corso di italiano, è molto seguito e non necessariamente da italiani. Mi sorprese molto la presenza di un ragazzo di origine orientale, trasferitosi a New York per studio. La curiosità mi spinse ad approfondire: ebbene seppi che questo ragazzo è molto interessato alla cultura italiana, il suo sogno è venire in Italia dopo la laurea, esattamente a Roma e adoperarsi come guida turistica. Ciò presuppone che oltre a conoscere la lingua italiana, in aggiunta all'inglese ed a quella del suo paese d'origine, costui debba necessariamente avere nozioni di arte, usi, costumi, in un unico termine cultura, italiana. Senza dubbio posso dire che c'è un vivo interessamento per la cultura italiana alla Stony Brook University da parte degli studenti che seguono questo corso.
La segreteria dello stesso è formata da membri italiani, la libreria è fornita di testi italiani.
Ciò per cui ho ancora le mie lecite riserve è il grado di entusiasmo che vibra nell'animo di qualche docente!"

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I Caffè Culturali:
"A cosa attribuisce l'interesse degli studenti della Stony Brook University per la cultura italiana? Qual è la loro idea e la loro percezione della nostra cultura? Perché studiano la cultura italiana?".
Felicia La Bara:

"Non ho avuto modo di confrontarmi con loro. Ho una mia teoria ossia, penso che l'Italia sia la meta globalmente più ambita, da giovani e meno giovani. Attribuisco questo richiamo al fascino del territorio, non soltanto da un punto di vista strutturale dell'ambiente ma anche e aggiungo soprattutto artistico.
Posso dire, con certezza, che siamo noi a non apprezzare appieno il nostro Bel Paese. Del resto, quanti di noi hanno conoscenza esauriente circa le bellezze del luogo in cui è nato, in cui vive? Probabilmente passiamo giornalmente avanti a siti inestimabili senza prestare alcuna attenzione ed ecco allora che viene da chiedersi è una questione culturale, per cui, siamo stati educati così e così andiamo avanti? Di contro, chi non vive in Italia, chi non è italiano e studia l'italianità, stima e di conseguenza apprezza maggiormente la nostra cultura? Non lo ritengo un dubbio amletico, è indiscusso che sia così!".

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I Caffè Culturali:
"Come ha vissuto il suo editore, e tutta la filiera editoriale interessata dal suo volume, questa vetrina internazionale?".
Felicia La Bara:

"Il percorso che deve affrontare un libro, soprattutto con una Casa Editrice che non ha molti anni di vita, è alquanto irto. La difficoltà maggiore è la distribuzione che quasi sempre è circoscritta al territorio che abbraccia la regione in cui l'opera prende corpo; da qui si innesca una reazione a catena che parte dall'editore e arriva all'autore; le conseguenze portano ad un arretramento dell'entusiasmo, un cedimento adrenalinico che lascia poco spazio al progetto originario.
Inizialmente il mio editore era visibilmente lieto perché Born in Sicily Famous in the world era - attualmente è - la sua prima stampa in altra lingua, diversa dall'italiano.
Al ritorno dagli Stati Uniti, per vari motivi ha perso l'entusiasmo iniziale.
Al momento la distribuzione è affidata ai vari siti internet che si occupano di vendita libri ma sto provvedendo personalmente affinché possa avere una maggiore visibilità, poiché penso che qualsiasi testo nasca per essere letto, non per nascondere la polvere sul ripiano dello scaffale di una libreria".

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I Caffè Culturali:
"Dopo la sua esperienza statunitense quali azioni vorrebbe suggerire per migliorare e, magari, rendere vantaggiosa per il nostro Paese la percezione e la fruizione della cultura italiana all'estero?".
Felicia La Bara:

"Nell'arco temporale che decorre dalle prime emigrazioni alle neogenerazioni, si è formata nel mondo intero un'Italia allargata. Se potessimo tracciare una ramificazione, che parta dal nostro paese e che si dirami attorno alla terra, emergerebbe una distribuzione massiccia di italiani stabilitisi all'estero. Il fenomeno inatteso, quasi certamente, sarebbe constatare la loro presenza in luoghi inimmaginabili, come la Foresta Amazzonica.
Con buona probabilità in pochi sanno che un siciliano ha mantenuto, dal 1998 al 2014, la carica di sindaco in un territorio più vasto della Sicilia, all'interno della Foresta Amazzonica. La straordinaria storia di quest'uomo, Felice Cosentino, è raccontata nel libro D.O.S. (Di Origine Siciliana) Famosi nel mondo.
Sarebbe ovvio dunque, pensare che la nostra cultura all'estero sia ben consolidata ma in realtà non è così.
Gran parte delle comunità formatesi all'estero, fondarono delle associazioni, alcune ispirandosi al santo protettore, altre al nome del paese natale; per anni hanno operarono con efficienza curando e tramandando la cultura del luogo d'origine, col tempo però molte hanno perso o deviato lo scopo iniziale. Quelle che ancora si adoperano, agiscono molto attivamente.
Penso quindi che per potere esportare e mantenere alta e duratura nel tempo l'immagine della nostra cultura e contemporaneamente renderla facilmente fruibile sia necessario potenziare la rete e l'operato delle associazioni italiane all'estero. Ognuna di loro dovrebbe rendersi palcoscenico di iniziative ed eventi non solo da loro pianificati ma anche per ospiti che organizzino manifestazioni culturali.
Esempio di massimo impegno in tal senso è la pluripremiata siciliana Giovanna Li Volti Guzzanti che ha fondato un'Accademia letteraria a Melbourne, Australia - vedi D.O.S. (Di Origine Siciliana) Famosi nel mondo"-.

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Informazioni su questa pagina
titolo:"Felicia La Bara"
autore: INFOGESTIONE dli
data di pubblicazione: 29.01.2015
ultimo aggiornamento:
15.06.2015
codice di riferimento:
IICA1501291335MAN

 
     
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