Dicono al caffè che...
Cultura, istituzioni ed atto decisionale

Cosa sia la cultura, ovvero come definirla, è il noto tema, che ci accompagnerà durante tutto questo anno. In realtà non è fondamentale in questa sede giungere alla notte di San Silvestro dichiarando di avere in tasca la definizione esatta ed universale di cosa sia la cultura. Ciò che ci e vi proponiamo è esplorare le varie sfaccettature e sfumature di un termine decisamente complesso, di cui sovente si abusa banalizzandolo senza, in realtà, aver ben chiaro cosa esso identifichi e determini, rendendolo un termine "contenitore" utile per varie occasioni: un tempo si sarebbe detto "fa fine e non impegna".

Da questi primi mesi di osservazione delle reazioni sull'argomento suscitate dai nostri ospiti e, più in generale, dai frequentatori delle nostre pagine e dei nostri sondaggi, così come dalla cronaca dei fatti salienti di questo ancora "nuovo" anno, si è notato non tanto uno spiccato orientamento nel definire la cultura, quanto l'assoluta assenza nella vita quotidiana di riferimenti relativi a tale argomento. Si nomina la cultura solo in occasione di attività di "settore", celebrative e, soprattutto, autocelebrative: tutti aspetti, comunque, marginali e di scarsa incidenza sotto molti punti di vista. Un caso, tra i molti, che potrebbero essere portati ad esempio, è il dibattito sulla norma atta a regolare le unioni civili, nonché i collegati aspetti relativi alle adozioni ed alla "maternità surrogata".

Posizionando il cursore sul punto corrispondente a 01:38:40,
è possibile visualizzare il dibattito sulla maternità surrogata.

( A proposito di "stepchild adoption": non comprendo perché il nostro Parlamento ed il nostro Governo si permettano di intitolare fonti di diritto italiano con termini non appartenenti alla nostra lingua, che sia ben chiaro, a termini di legge, è ancora l'italiano, e di accettarne il dibattito in sede istituzionale. A parte lo scarso livello di utilizzo della lingua italiana da parte di molti politici e l'ancor più scarso livello di fruizione di quella inglese, anche da parte di alti esponenti istituzionali, sarebbe bene che lor Signori si ricordassero che l'ignoranza, salvo quella relativa alle leggi, non deve essere un fattore di discriminazione. Basterebbe solo tale aspetto a rendere un Parlamento intero sfiduciato, per aver permesso un atto discriminante: ma l'Italia da anni non è più una stato di diritto).

L'esempio in questione, quello relativo alle unioni civili, pone in evidenza un comportamento politico e sociale, in cui i soggetti coinvolti esprimono, innanzi tutto, approssimazione ed assoluta carenza di prassi dialettica, prestando il fianco ai più disparati sospetti: dalla distrazione delle sedi istituzionali a scapito di problemi ben più pressanti, al tentativo di promuovere presso i cittadini pratiche sanitarie in modo confuso e senza una adeguata azione descrittiva, il tutto a favore di interessi non certo generali, ma decisamente particolari di minoranze appartenenti a ceti più agiati rispetto alla media nazionale.

Potrebbe sembrare allo stesso tempo strano ed ovvio, ma ci troviamo di fronte al venir meno di un comune riferimento "culturale".

Innanzi tutto il dibattito, sia quello politico che mediatico, di cui nel riquadro superiore abbiamo fornito un esempio, non tiene conto di eventuali apporti scientifici al problema. Vale a dire ignorare l'importanza dell'igiene orale, salvo poi lamentarsi col dentista dell'avanzata azione della carie a danno dei denti volutamente trascurati: mi piace chiamare tale aspetto la "sindrome del cocciuto apprendista stregone ignorante".

Un secondo aspetto risiede nel fatto (e facilmente riscontrabile dall'esempio presentato dal video proposto) che tutte le posizioni sul campo dialettico appaiono estremamente deboli e decisamente prive di riferimenti a fondamenti giuridici da confondere, per esempio, i "desideri" con i "diritti", oppure aspetti di "manutenzione anatomica", come nel caso di un trapianto di cuore (certamente non proprio una passeggiata sia dal punto di vista fisico che psicologico) con l'attività "generativa", ed ancora la "libertà", come espressione egoistica del singolo, con tanto di rischio di cadere nella prospettiva eugenetica.

L'involuzione, l'immaturità e l'inadeguatezza del nostro sistema decisionale istituzionale è denunciata dal fatto che le parti, consapevoli della labilità delle rispettive ragioni, giocano la carta del confronto con le altre nazioni (è strano come certi popoli siano più evoluti o meno a seconda delle nostre necessità!), abdicando, così, a qualsiasi capacità critica nazionale in nome della perfezione e della sacralità di quanto accade fuori dai nostri confini.

Questo spaccato di vita nazionale ci aiuta a riflettere sul ruolo della cultura, paradossalmente, attraverso ciò che la sua assenza lascia scoperto. La mancanza di cultura, in questo caso, si può identificare come la mancata capacità di riferirsi ad un sistema di analisi e di valutazione delle circostanze, per comprendere quale sia il bene comune e non il compromesso migliore per il massimo soddisfacimento delle varie parti in causa quali: l'orientamento di massa, il populismo pre elettorale o la troppo reiterata confusione tra l'interesse personale ed il principio giuridico (già retrogrado di per sé) dell'interesse generale.

Sarebbe sufficiente quest'ultimo aspetto a ridimensionare le esternazioni mediatiche supine e schiave del forzato ottimismo nazionale suscitato da decimali di ripresa (solo economica, poiché per la politica l'individuo è solo egoismo e denaro). Dai tempi della legge sul divorzio (promossa da una tra le pochissime espressioni di seria politica nazionale del dopoguerra) a ciò a cui assistiamo oggi quanto emerge è il palpabile decadimento della prassi dialettica costruttiva istituzionale e sociale.

Forse ragionare su cosa sia la cultura non è così astratto e "lontano" dal contingente preso ad esempio. Una nazione che non abbia modo di dotarsi di una prassi di serio ed onesto confronto, a supporto del suo atto decisionale, che si possa fondare su altrettanti seri, radicati, riconosciuti e condivisi riferimenti, non rischia di confondere i "desideri" con i "diritti", gli uteri in affitto con gli orfanotrofi, l'egoismo individuale con il disimpegno sociale. Il mio diritto a generare figli (che non è un "diritto" ma una espressione fisiologica del genere "homo" atta a contrastare l'estinzione della nostra specie, caso forse unico di vantaggio della natura a fronte di una estinzione) non è forse pari a quello di un bambino di essere adottato, per ricostruire quell'equilibrio, se non più genetico, ma di relazione, che lo ha tratto dagli acidi nucleici a questa esistenza? Perché deve essere più semplice acquistare un feto all'estero piuttosto che togliere da un istituto un figlio del nostro consorzio umano?

Casi come quelli or ora trattati esprimono un nuovo contesto, entro il quale poter concepire l'azione culturale, intesa come l'attitudine a cercare strumenti, che ci permettano di rispondere a quesiti, ma soprattutto la ricerca della consapevolezza e del metodo con cui dipanare le questioni, con lo stesso rispetto ed attenzione con cui agevoliamo e tuteliamo la trasmissione delle caratteristiche genetiche della nostra specie. La cultura, quindi, intesa come codice genetico, come "continuum" da trasmettere, e parimenti in evoluzione, in grado di esprimere e divenire l'unità, il corpo, l'immanenza presente di una collettività, testimone di una "individualità collettiva" di un corpo mistico laico, di una identità da esercitare oltre la banalizzata e falsa fratellanza risorgimentale di un inno, ben più consistente di un slogan elettorale, molto più intrigante delle polemiche da "talk show", con cui uno stato si arroga il diritto di trattare i suoi concittadini come idioti.

L'assenza di cultura non sono solo i musei vuoti, gli atenei con minori iscritti o la signora Maria, che non riesce a vendere il suo libro perché noi non leggiamo più (ammesso che in Italia si sia mai letto). È l'essere dimentichi di quei tanti tasselli, di quelle tante conquiste dell'intelletto e del confronto umano (a volte cruento), condivisi e fatti prassi di vita, che costituiscono il bagaglio comune di una entità collettiva, utile per poter decidere sul futuro. So che farà inorridire molti, ma il fatto di aver ignorato le radici cristiane del nostro continente nella costituzione europea, ci potrà portare nuovamente in futuro a scontrarci su concezioni ed equilibri, che dopo secoli, finalmente, erano risolti o resi meno pericolosi. Ricordare certe radici non significa considerarsi schiavi di una istituzione religiosa, ma, almeno per me ed a mero titolo di semplice esempio non esaustivo, ricordarsi quanto sia delicato e forse pericoloso unire la religione agli affari secolari, la sfera individuale e di relazione al convincimento escatologico, che non può avere mediatori terreni. Quanto ricordare questo potrebbe esserci di utilità nel pensare a questioni come l'Islam ed affini!

Oggi abbiamo pensato la cultura come il futuro di un sistema non più adatto ad interpretare i destini di una collettività, il cui dualismo "individuo-massa", è tutto da reinterpretare, se vogliamo sopravvivere a noi stessi.

Alla luce di questa riflessione, vi invitiamo ad esprimere o ad aggiornare la vostra idea di cultura, partecipando al sondaggio ed al forum indicati in calce a questa pagina.

Cultura necesse!


Fonti, approfondimenti e collegamenti inerenti il tema
- Il sondaggio sul tema dell'anno: "Come definireste la cultura?".
- Il forum sul tema dell'anno: "Come definireste la cultura?".
 
Informazioni su questa pagina
titolo:"Cultura, istituzioni ed atto decisionale"
autore: Gian Stefano Mandrino
data di pubblicazione: 25.01.2016
ultimo aggiornamento:
03.03.2016/IICA1603031013MANA3
codice di riferimento:
I110130.1539.DLI.AP.man

 
     
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