Infanzia, scuola e dintorni
Abbasso il nozionismo, viva la nozione!
Nella mia lunga esperienza di insegnante non sempre sono stata immune da accessi di presunzione, ancorché autocritica nell’operato di tutti i giorni. I tranelli dell’autoreferenzialità, purtroppo, sono sempre in agguato quando si fa un mestiere come il mio. Ho di frequente nutrito la convinzione, per esempio, di essere una docente aperta e innovativa. Ho attraversato vari stadi formativi, talvolta influenzata da importanti teorie didattiche, talaltra ispirata a processi empirici. D’altra parte, ho maturato anche la convinzione che non c’è professionalità senza l’equilibrio che solo l’incontro tra esperienza e conoscenza riesce a realizzare. Ed io, forse più per buon senso che per brillante intuizione pedagogica, ho cercato e cerco ogni giorno di salvaguardare tale equilibrio.

Ma, tornando ai miei accessi di presunzione, come dicevo, mi sono sempre ritenuta un’insegnante all’avanguardia. E quanto più mi giungevano conferme in tal senso dai miei interlocutori, beneficiari di cotanta attenzione al nuovo, tanto più mi convincevo di questa gloriosa verità e tanto più guardavo con sospetto quanti sembravano impermeabili all’innovazione.


Per fortuna, nella vita, come nel lavoro – mi si perdoni la banalità – si cambia.  Siamo soggetti mutevoli, esposti a continua evoluzione. Il cambiamento dovrebbe essere un sano principio ispiratore per tutti e il panta rei una specie di mantra da recitare almeno una volta al giorno. Anch’io sono molto cambiata dal mio primo giorno ex cathedra e ammetto che, da qualche anno a questa parte, sto rivalutando aspetti dell’apprendimento che ho ritenuto per lungo tempo obsoleti, come, per esempio, la cura della grafia o l’esercizio della memoria. Particolare attenzione sto riservando a quest’ultimo aspetto. Al punto che, non di rado, chiedo ai miei allievi di studiare a memoria i brani poetici del programma di letteratura. Si tratta, in realtà, di stralci di opere, brevi e facili, e adatti a ragazzi di scuola media. Ciò tuttavia mi rende invisa ai malcapitati, facendomi guadagnare l’accusa di insegnante severa e – per un’inesorabile legge del contrappasso – tradizionalista!

Questi contrasti la dicono lunga sulle abitudini dei nostri ragazzi e sulle loro propensioni ad inoltrarsi nei sedimenti della conoscenza. Ma non dispero né punto il dito su Internet, sulla televisione e sulle infinite sollecitazioni multimediali che tempestano con flusso ininterrotto gli studenti. Sarebbe peraltro incoerente con le mie abitudini digitali delle quali non riesco più a fare a meno. Queste frizioni didattiche sono invece importanti. Sono incomprensioni che servono, incidenti che suscitano ciò che Popper definiva scoppi di meraviglia, veri e propri shock cognitivi che inducono i docenti a riflettere sul proprio operato e, ove possibile, a spiegare le ragioni di alcune scelte pedagogiche.

Per quanto mi riguarda, quando i miei studenti contestano le mie sadiche prescrizioni di versi da imparare a memoria, ricorro alla metafora del muscolo. La memoria, dico, è una sorta di muscolo. Cosa succede ai muscoli che non vengono allenati? Si atrofizzano. E quando si atrofizzano non sono più in grado di svolgere quelle prestazioni elementari che ci consentono di vivere una vita dignitosa e che, soprattutto, ci rendono autonomi. Parimenti, la memoria va allenata ed esercitata perché estende l’area del sapere, e ne rigenera di nuovo, rende solido il pensiero, più elastica la facoltà di scegliere e più duttili i processi cognitivi. Se mi si obietta poi che nella vita pratica non è utile ricordare le terzine della Divina Commedia che parlano di un vecchio per antico pelo che traghetta le anime dei dannati da una riva all’altra dell’Acheronte, rispondo che è vero, che nella vita pratica non serve a nulla saper di Caronte ma che un cervello abituato a ricordare le cose “inutili” sarà facilitato a ricordare quelle “utili”. Quanto alla bellezza e all’effettiva utilità (nel senso del nutrimento dell’anima) dei versi dell’Inferno, se si ha l’umiltà di accostarsi ad essi senza pregiudiziali,  rassicuro i miei interlocutori che non tarderanno a percepirne l’essenza e che, forse, in futuro, me ne saranno grati!

Se poi voglio ulteriormente motivare i miei alunni, faccio presente che una memoria allenata  è fonte di arricchimento del lessico. Un lessico ricco è un formidabile strumento di pensiero. Un pensiero in movimento favorisce importanti processi logici, utili in ogni area del sapere. La memoria, quindi, con un sillogismo chiaro e accessibile ai ragazzi, si configurerà come un potente dispositivo che dà una buona mano alla logica per esplorare le diverse aree della conoscenza.

L’importante, dunque, è non imporre con modalità apodittiche scelte didattiche e cambi di rotta. Le date, le nozioni, i toponimi, possono anche essere ricercati su Wikipedia. Una volta trovati, però, vanno trattenuti nei cassetti della memoria e di tanto in tanto rispolverati, insieme agli aneddoti, alle microstorie, e alle vite raccontate nei romanzi, ai verbi irregolari, alle capitali dell’Africa e ai nomi delle mogli di Enrico VIII appresi sui libri di testo. “Abbasso il nozionismo e viva la nozione”, ripeteva un mio vecchio professore del liceo, le cui convinzioni didattiche ho recuperato dopo molto tempo. Con questo non voglio dire che ripetere a memoria La vispa Teresa o i sette re di Roma offra la chiave per entrare nei territori più profondi della conoscenza: l’apprendimento mnemonico non è che un supporto a un approccio molto più complesso col sapere, ma ha un’importanza che non va trascurata e, come diceva il mio vecchio professore, ha un suo indiscutibile valore epistemologico.

 
Informazioni su questa pagina
titolo:"Abbasso il nozionismo, viva la nozione"
autore: Annalisa Martinoi
data di pubblicazione: 23.11.2015
ultimo aggiornamento
23.11.2015
codice di riferimento:
IICA1511230900MANA2
 
     
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