La parola, il riso e il comico
Don Giuànn

Mercoledì questo sono stato dolcemente condotto, e spintonato (altrettanto dolcemente), verso la sala di un teatro milanese in cui si teneva la riduzione del Don Giovanni di Molière, niente meno. Primattore: Alessandro Preziosi, niente di più. Il Preziosi, com'è noto, è un interprete che ha saputo dare il meglio di sé in serie Mediaset contraddistinte da passioni travolgenti quanto un treno ad alta velocità in una stazione a cui non si ferma. Noto in special modo alla pletora di sciùre impellicciate, milf sbavazzanti e ragazze ancora nel pieno ciclo vitale che riempivano il teatro in un'euforia quasi tangibile, che a ogni apparizione del nostro traboccava poi in una sorta di tripudio orgasmico ai limiti dell'effetto wet seats di beatlesiana memoria.

Qui comunque il bell'attore si calava nei panni del più celebre sciupafemmine della cultura occidentale. Ma se il testo originale veniva decisamente rispettato, il protagonista sembrava indeciso tra una resa del personaggio nel segno dell'automa erotomane del Casanova felliniano e quella dell'esteta naturale, godurioso e incolpevole, tratteggiata dalla amabile penna di Kierkegaard: alla fine ha preferito gigioneggiare per l'intera piéce con un tono che passava dal birignao impostato al querulo fanciullesco, in un saggio interpretativo che tuttavia non mancava di numerosi spunti d'interesse (sono sincero!).

In questa versione alla pummarola verace del copione teatrale del maestro francese, Preziosi nella prima parte recitava con una cotonatura che mi ricordava tanto una mia zia di Voghera (il che non poteva che intenerirmi il cuore), nel secondo atto invece l'acconciatura è quella di Fiorello ai tempi del karaoke. La scenografia era tutta giocata su una manipolazione digitale gestita, alla parvenza, a livello semi-amatoriale, alla stregua di uno dei tipici smanettoni dediti all'elaborazione di quelle fetecchie di commenti visivi alle loro canzoni preferite che riempiono di rose in sboccio, tramonti e effetti Las Vegas, per poi caricarli su Youtube.

Quanto alla sala, che a saturarla fosse per la maggior parte un pubblico televisivo veniva confermato all'apparizione del Convitato di Pietra (anch'esso riprodotto, peraltro, in un infelicissimo 3D). Quello che rappresenta il culmine drammatico dell'intera rappresentazione veniva infatti salutato dalla platea con risate e festosi battimani. Mi sembra anche di aver udito qualcuno bisbigliare, qualche fila davanti a me: «Guarda! Il Gabibbo!»

Spero non venga considerata troppo pretestuosa la citazione che appiccico in coda questo breve resoconto, tratta come di consuetudine dal mio saggio Il riso e il comico. Anche perché, in fin dei conti, vi si parla di teatro e dello spettacolo teatrale che il mondo ci restituisce, e – come vedrete - si finisce proprio con Molière...

"Henry Bergson a un certo punto del suo noto saggio Le rire tratta di ciò che chiama il carattere equivoco del comico:

Esso non appartiene né completamente all’arte, né completamente alla vita. I personaggi della vita reale non ci farebbero mai ridere se non fossimo capaci d’assistere alle loro vicende come a spettacolo visto dall’alto di una loggia; essi sono comici ai nostri occhi solo perché ci danno la commedia. La commedia è molto più vicina del dramma alla vita reale. Vi sono scene della vita reale le quali sono così vicine alla commedia che il teatro potrebbe appropriarsele senza cambiarvi una parola.

Se davvero ridessimo solo nel caso in cui fossimo messi in condizione di superiorità rispetto a colui di cui ci si fa beffe, allora non si capirebbe perché, messi dinanzi a qualcheduno che casca per la strada nella vita reale, di norma ce ne preoccupiamo anziché irriderlo, tanto da correre ad accertarci del suo stato, mentre ci divertirà vedere, posto in una situazione consimile, un personaggio di finzione, rispetto a cui sarebbe oltremodo pusillanime credersi superiori.

Sembrerebbe anzi nascere, come nota Bergson, proprio la necessità contraria di un filtro finzionale, come se cioè la persona in carne e ossa trascolorasse, ai nostri occhi, ai diafani contorni di una dramatis persona, o comunque d’un personaggio fittizio, affinché se ne possa ridere.
E d’altra parte nemmeno quell’attenuante generica che talora viene agitata in difesa del supposto senso di superiorità che trasparirebbe dall’atteggiamento del ridente pare passare il vaglio dell’esperienza: Spesso s'è detto che i difetti leggeri dei nostri simili sono quelli che ci fanno ridere.
Bergson infatti la ribalta acutamente, trasformandola in una sorta di diallele: il limite fra il leggero e il grave è assai malagevole a tracciarsi; può darsi che un difetto non susciti il nostro riso perché leggero, ma piuttosto sia “leggero” perché ci fa ridere.

Peraltro, al fondo di questa pagina, si vede finalmente costretto a riconoscere che vi sono difetti di cui noi ridiamo pur sapendoli gravi: per esempio l'avarizia d'Arpagone"(1).

(1) Da Pee Gee Daniel, Il riso e il comico. Un excursus filosofico, Ed. Montag, 2014. pp. 64-65 - http://www.edizionimontag.com/

Informazioni su questa pagina
titolo:"Don Giuànn"
autore: Pee Gee Daniel
data di pubblicazione: 09.02.2015
ultimo aggiornamento
09.02.2015
codice di riferimento:
IICA1502091117MAN
     
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