La parola, il riso e il comico
Psychiatric Circus e psicogenesi del riso

In quel di Torino da venerdì scorso è sbarcato un nuovo spettacolo pomposamente denominato Psychiatric Circus.
La storiografia inerente i circhi ora non sto qui a elencare quanto sia vasta e risalente nel tempo. Cominciarono gli antichi romani, i quali, col tipico temperamento ultratamarro che li contraddistingueva, e che si è poi trasmesso, attraverso un'infilata di secoli e di generazioni, sino a noi, odierni cittadini del Belpaese, commutarono a suo tempo i raffinati spettacoli teatrali dei tragedi e dei commediografi di impianto attico in un'accozzaglia di corpaccioni bisunti e strippanti di muscolature brutali approntata allo scontro fisico più truce, una stupefacente rassegna di bestie esotiche provenienti da tutti gli angoli del globo terracqueo tenuti sotto schiaffo dal dominio centrifugo dell'Urbe. E per finire i funamboli, i saltimbanchi, gli atleti della pista e i campioni di giocoleria varia.

Di quell'antica impostazione permasero, sino in epoca moderna, le belve feroci e i loro domatori, i diavoli del trapezio e affini. La sensibilità contemporanea sta via via reclamando ai gestori delle suddette baracconate (i celebri direttori dai baffoni a manubrio e i frac rossi e gallonati d'ottone con le larghe spalline a frange) di eliminare dai loro show gli animali, costretti a una vita non confacente – sostengono – alle loro prerogative etologiche.

L'encomiabile scelta di acconsentire all'istanza animalista non sembrava tuttavia arridere ai primi pionieri, che già da subito vedevano paurosamente dimagrati i propri incassi.

In un momento come quello presente, quando si distribuisce poco panem e sembrano perciò occorrere sempre più circenses, spiaceva veder languire questa millenaria e nobile forma di intrattenimento popolare. Ecco dunque proporsi finalmente sulla piazza una reinvenzione dei remoti stilemi, che in qualche maniera ne va a recuperare le origini stesse: una versione maggiormente drammatizzata di quella classica – sta a dire: più teatrale -.

Ottimo esempio ne è questo Psychiatric Circus cui si accennava in partenza: si tratta di una lunga rappresentazione ambientata all'interno di un manicomio diretto da un prete psichiatra dai metodi spietati, attorniato a sua volta da collaboratori altrettanto privi di scrupoli, chiamati a gestire una quantità di picchiatelli in escandescenze (che sono poi gli acrobati veri e propri). Tra i pazienti troneggia un clown screanzato e mostruoso che ricorda da vicino i pagliacci da incubo di tanta letteratura e fumettistica, storicamente incarnati dal serial killer Ed Gein. Il tutto accompagnato dalla canzoncina martellante di Suor Sorriso Dominique.

L'atmosfera risulta cupa, le terapie inscenate terribili, i comportamenti di equipe e ricoverati mettono angoscia, eppure per l'intera durata dello spettacolo il pubblico pagante (talora direttamente coinvolto nei numeri) non fa che sbellicarsi e partecipare con entusiasmo, anche grazie alla sapiente mescola di horror, grottesco e ironia che anima i testi.

Tutto ciò mi ha fatto meditare in merito allo stretto legame che interessa il riso e lo spavento o la paura, sin dall'insorgere d'esso nella prima infanzia (qui esemplificato nelle reazioni del bambino al solletico).

Ecco come già tentavo di mettere in luce tale aspetto nel saggio cui la presente rubrica è dedicata:

"L'ambivalenza (...), che fa del riso questo fenomeno a un primo approccio enigmatico, è già tutta presente a questo stadio: infatti gli elementi che, agendo assieme, contribuiscono allo sghignazzo da solletico, già appaiono eterogenei e contrastanti.

Il piacere (quello tattile proprio del solletico e, al pari, quello intellettuale proprio del comico), in vista di un pieno e affermato raggiungimento del risultato, sembra cioè doversi obbligatoriamente accompagnare a una componente decisamente sgradevole: che appare del tutto simile a un vero e proprio tormento.

Anzi, parlare di accompagnamento è fuorviante, giacché questi due elementi, per loro stessa indole distinti e inconciliabili, non già solidarizzano in un'innaturale intesa volta al solo scopo di procurare il riso. Semmai talora può accadere che uno di essi (per la precisione, l'elemento piacevole) intervenga, secondo una successione logica ancor prima che cronologica, in un momento conseguente all'incursione dell'elemento afflittivo, quasi a ripararne i danni: da quello strano, e grossomodo fortuito, incontro scaturisce la risata.

La quale risata, quindi, sotto questo rispetto, non gode più dello stato di finalità (ovvero di uno scopo ultimo e prefissato), ma piuttosto assume l'aspetto di puro e semplice esito, più o meno accidentale (sarà poi, in un secondo momento, il solleticatore e, ancor meglio, il commediografo, o anche solo il buontempone, che, avendo osservato questa momentanea conciliazione degli opposti, che doveva essere data in natura quale eccezionale bizzarria, la sfrutterà artatamente come mezzo per provocare un riso a comando)".(1)

(1) Da Pee Gee Daniel, Il riso e il comico. Un excursus filosofico, 2014, Ed. Montag, pp. 31-32 http://www.edizionimontag.com


Informazioni su questa pagina
titolo:"Psychiatric Circus e filogenesi del riso"
autore: Pee Gee Daniel
data di pubblicazione: 02.04.2015
ultimo aggiornamento
02.04.2015
codice di riferimento:
IICA1504021858MAN
     
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