La parola, il riso e il comico
Genio girovago

La parola genio nel nostro caro idioma contiene due significati tra loro parecchio distanti, che tuttavia hanno finito per convergere in questa omofonia per pure casualità etimologiche.
Il primo significato viene dal latino, che a sua volta lo adotta dal greco ghénos, nascita (sott.: buona, o addirittura estraordinaria) e va a definire quegli appartenenti alla nostra stessa specie che più si sono saputi contraddistinguere quanto ad acume, intuizione, ingegno.
Mi provocano non poca ilarità i tanti campioni di patriottismo, sciovinismo, razzismi vari, quando li si ode proclamare, tutti impettiti, una supposta (mai aggettivazione fu più felice...) superiorità del gruppo, partito, genere, etnia, confessione religiosa cui appartengano rispetto agli altri, mai tenendo in conto il semplice fatto che, di norma, è proprio gente pari a loro che, se si trovasse nei panni dei fondamentalisti o dei sottosviluppati che a voce grossa tanto stigmatizzano, si comporterebbero parimenti, se non peggio, visto che costoro, esattamente come quei loro nemici ideali, si identificano né più né meno con la massa, o popolo bue che dir si voglia: la moltitudine dalla mente pigra e dalle passioni di facile spendibilità, che si nutre di ovvietà e aria fritta, accontentandosi già paghi del senso comune, piuttosto che andare a cercare perlomeno un minimo di buon senso.

Il genio propriamente inteso in questo senso è invece colui che da quella massa sa distinguersi per spirito e intelletto, finendo poi, volente o nolente, per condurla e farla avanzare almeno di un tratto – quella stessa massa da cui egli sembra dissociarsi per disposizione naturale, ancor prima che per un atto di volontà – sulla strada del progresso umano (in una serie di scatti discreti ed episodici che danno la curiosa idea di voler seguire lo stesso andamento progressivo teorizzato dagli alfieri della cosiddetta evoluzione puntuata).

Ora, per tornare al nostro lemma, il secondo suo principale significato deriva invece dall'arabo jin, che sta a indicare un demone, nel senso – ancora greco – di daìmon: semidio o essere comunque soprannaturale a metà strada tra enti divini e esseri umani, che tra loro fa da tramite (metaxý). Da qui il genio della lampada di Aladino etc. etc.

Il genio demoniaco è itinerante: lo si trova dappertutto, spunta fuori da tronchi d'albero, monili, fontane, dune di sabbia, bottiglie turate. Non se ne sta mai fermo. Dove ti giri ti giri, c'è. Benché il personaggio di cui mi prefiggevo di parlare in questo veloce intervento sia in tutto e per tutto un genio nel primo significato del termine, è al secondo che mi fa pensare con più affetto.

Sto parlando di Antonio Moresco, perché lo sappiate sin da subito: forse il più grande scrittore italiano vivente. Sicuramente l'ultimo (almeno per ora) dei grandi visionari della letteratura nostrana. Un uomo che raduna in sé il coraggio e la forza del titano, la magnanimità dell'anima bella, l'originalità rara e preziosa del genio autodidatta (come un Leonardo da Vinci, come un Sigeri di Brabante, tanto per intenderci...): di scuole scarse, di letture formative giuntegli quasi a casaccio, di produzioni innovative ed eslege proprio in forza di questa sana mancanza di schemi basilari. Ma è la generosità della persona a renderlo ai miei occhi anche un jin multivago, sempre pronto a donarsi a chicchessia senza resistenze, con un trasporto orfico, oppure eucaristico (dipende dai punti di vista).

Nel caso in esame poi si potrebbe anche parlare di genio incompreso: per la maggior parte della sua vita, se non altro.

Fino ai 45 anni infatti nessuno si decise a pubblicare neanche una riga da lui scritta, neppure sull'ultimo dei brogliacci elicitati da una delle millanta cigolanti tipografie che saturano il panorama editoriale del Belpaese.

Sarà anche per questo che, ora che si sono svegliati e lo riconoscono unanimemente o quasi come uno dei grandi autori contemporanei, dove lo chiamano va. Librerie, fondazioni, premi letterari, festival, circhi equestri, tornei di curling, cresime, dimostrazioni Avon porta a porta, trasmissioni televisive e radiofoniche, maratone amatoriali. Moresco non si risparmia. Se lo inviti, Moresco viene. È capitato anche a me di presentarlo presso la Feltrinelli della cittadina in cui risiedo, complice il mio amico musicista che con lo scrittore mantovano collabora.

Io per primo vado ovunque mi chiamino, pur non essendo Moresco, e questo, se non fa che accentuare la sua eccezionale disponibilità (che, da autore di culto qual è, potrebbe anche nascondersi al mondo come un Pynchon o un Salinger, così da incrementare ulteriormente la propria fama), per altro verso mi aiuta a comprendere le ragioni di questa sua indefessa peregrinazione (elevando mentalmente le mie a una potenza proporzionale alla distanza che c'è tra me e lui): come per la maggior parte delle altre attività umane, è il commercio coi nostri conspecifici a spingerci a smuovere i muscoli glutei dalla sofficità del divano e perderci al primo richiamo per l'universo mondo; è il piacere dell'incontro. È la necessità di condividere, di comunicare, di imparare spiegando.

Tutto ciò – dulcis in fundo – mi riporta peraltro a un breve pezzo del mio ultimo romanzo Sulle tracce della Ci**gna Voltaica, Ed. Twins, 2015, laddove accennavo, criptandone le generalità, a un noto vate nostro conterraneo scomparso che non è molto, costretto da un agente senza scrupoli, all'occaso del proprio longevo percorso, a circuitare in ogni dove per inscenare dei reading sempre più faticosi. Tra i vari posti, anche a Valdiguggio, la cittadina immaginaria ove l'intero suddetto libro per l'appunto si svolge:

" (…) girava, tra l'altro, una gustosa voce che si rifaceva a quando dall’annesso Centro di Cultura era passato niente meno che il grande poeta mediotardonovecentesco Ilario Muzi.
Quella era l’epoca in cui il Muzi (autore di intramontabili raccolte poetiche quali Odore di un nero o Viaggio pedestre e ferroviario con Saint-Simon e Martini) veniva mal consigliato da un avido agente letterario che profittava barbaramente di quel principio di depressione che incoglieva allora il celebre versificatore, in gran parte a causa della ventiduesima volta consecutiva in cui gli era stata rifiutata l’assegnazione del Premio Nobel – e il milioncino di euro che ne sarebbe prosasticamente seguito – cui anche quell'anno era stato candidato invano (quella volta si dice addirittura che il regnante danese, al solo sentire pronunciare il suo nome, avesse scomposto per l’occasione la propria compassatezza nobiliare per mimare a ripetizione, in diretta televisiva, il gesto della banana, spernacchiando nel frattempo sonoramente).
Muzi, nonostante la venerabile quota di inverni da lui vissuti, su sollecitazione del proprio agente si era infatti impegnato in un lungo tour per l’intera penisola che lo vedeva ospitato in posti di pedana e fuorivia a leggere stralci dei propri poemi e, su richiesta, improvvisare qualche canzone tratta dal repertorio dei Pooh. Be’, si dice che il direttore della biblioteca civica di Valdiguggio, su cui era ricaduto il compito di prelevare il poeta alla stazione e scortarlo per l’intera durata dell’incontro, convinto dall’intimità della Panda Sisley su cui stava conducendo l’importante personalità, tanto per rompere il ghiaccio avesse avuto la cattiva idea di rivolgere al Muzi il seguente apprezzamento:
«Oh maestro, la sua poesia mi ricorda a tal punto l’opera del grande bardo Gassan Piripierpoli!»
«Di chi?» Si dice avesse risposto il grand’uomo.
«Gassan Piripierpoli» ripeté imperterrito il funzionario pubblico.
«Oi oi, e codesto bischero chi l’è?» Pare abbia rimbeccato Muzi. Il direttore, gonfiato il petto, partì dunque gorgheggiando l’unico altro verso poetico al mondo che conoscesse a memoria; caso vuole che si trattasse sempre di un apprezzatissimo verso gassampiripierpoliano: «Ehi te tu, luna valguggiana, siccome non se’ brutta i’ ti tendo la mana.»
I bene informati sono soliti chiosare la storia con Muzi che, solo a sentire quella breve rima che il direttore aveva imprudentemente paragonato alle sue fatiche letterarie, pretese di ritirare subito il magro onorario e, rifiutandosi di partecipare alla serata organizzata in suo onore, di essere riportato, con una brusca inversione a U, alla stazione dei treni, da cui ripartì col primo interregionale. «Oh brutti buaiòli, ’he la vi possi pijà a tutti ‘uanti un cacasangue!!» Sembra siano state le ultime parole che il divino cantore, sporgendosi dal finestrino, dedicò alla città>>.(1)

(1) da Pee Gee Daniel, Sulle tracce della Ci**gna Voltaica, Twins Edizioni, 2015, pp. 95-96 http://www.twins-store.it

Informazioni su questa pagina
titolo:"Genio Girovago"
autore: Pee Gee Daniel
data di pubblicazione: 27.04.2015
ultimo aggiornamento
27.04.2015
codice di riferimento:
IICA1504270654MAN
     
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