La parola, il riso e il comico
Le mie prigioni

Torniamo a noi, almeno per un attimo. Il breve momento che ci prenderà il seguente articoletto… Eh sì, perché, tra digressioni, fatti di cronaca, altre pubblicazioni e bagatelle varie rischiamo di aver perso di vista, da qualche intervento a questa parte, il saggio che dà nome alla presente rubrica e, soprattutto, i suoi contenuti basilari…

Ma ecco ributtarci a bomba! Sospinti a questo da un'iniziativa - immagino interessante – che mi vede coinvolto.

Per farla breve, non molto dopo l'uscita del saggio Il riso e il comico a me e al bravissimo attore e cabarettista di origine iraniana Omid Maleknia venne l'idea di fare qualcosa insieme in merito al tema della comicità, rappresentandone io il teoreta e lui il praticioner.

Avevo conosciuto Omid in un locale: si esibiva poco dopo la presentazione di un mio libro, e lo trovai fin da subito strepitoso. Peraltro il suo tipo di comicità ben dimostrava, a mio modo di vedere, la tesi di fondo che anima il mio trattato filosofico, e che si può riassumere così: si ride maggiormente di ciò che dovrebbe invece atterrirci; è questo il senso ultimo, e primario, del riso.

La risata viene dunque a configurarsi quale vera e propria catarsi, capace (ancor più di quella aristotelica) di salvarci, a livello psicologico almeno, da difficoltà e paure che potrebbero tenere altrimenti in scacco, in maniera deleteria, l'intera specie cui apparteniamo. La comicità, insomma, come compendio e contravveleno di quell'autoconsapevolezza che l'uomo ha (unico tra gli animali, in questo) della propria miserevole condizione come dei mali che su di lui gravano (effettivi o eventuali che siano).

Ebbene, il repertorio di Omid – nel suo particulare guicciardiniano – riesce a far ridere (e parecchio) scherzando sulla situazione spesso anche molto dura degli extracomunitari in Italia: voltando, per l'appunto, il dramma in riso.

Inizialmente si pensava di mettere in scena pezzi di cabaret inframmezzati da letture del mio testo, ma l'operazione appariva un tantino pedante... Fu sempre a Omid che si illuminò, infine, la proverbiale lampadina allo scopo di mettere davvero in pratica quanto teorizzato nelle pagine del mio libro: e dove far ciò, se non dentro un carcere, sta a dire in uno dei luoghi più dolorosi e tragici che l'essere umano abbia modo di conoscere?

In poche parole, abbiamo chiesto i permessi, ci siamo introdotti all'interno delle patrie galere, abbiamo fatto le selezioni per trovare i detenuti più convincenti, provvisti per natura di una pur minima vis comica, siamo tornati settimanalmente chiedendo loro di parlare della loro vita carceraria o del perché fossero arrivati lì in modo da allestirne uno spettacolo comico: "Ma non c'è niente da ridere: stare qua è una tragedia," era l'appunto che più frequentemente ci veniva da loro mosso.
E noi a ripetere, come un mantra: "È proprio da questo che nasce la vera comicità: dalla disperazione!".

Da quei racconti abbiamo sviluppato altrettanti pezzi da cabaret.

Ora siamo in dirittura d'arrivo. Lo spettacolo si sta delineando. Debutterà il 18 giugno davanti a un pubblico scelto. Di fronte alla certezza della realizzazione, mi pareva quindi perlomeno curioso esporre, attraverso un'esposizione episodica, il percorso che ci ha condotto sin qua. Mi è stato perciò cortesemente concesso dai curatori del presente sito di affiancare a questa rubrica un suo spin off che intitoleremo “Le mie prigioni”, entro cui tenterò di dettagliare le impressioni, i fatti, le persone e le simpatiche bizzarrie che hanno segnato questa esperienza rara e gratificante, cui senz'altro indugio a breve vi rimando...

A conclusione, un brano tratto dal mio saggio in cui, non a caso, si menzionano prigioni, viltà della condizione umana e ipotesi sul riscatto ridanciano - cui prima si accennava - tutte insieme:

Si immagini un gran numero di uomini nelle catene e tutti condannati a morte, alcuni dei quali sgozzati sotto gli occhi degli altri: quelli che restano vedono la loro propria condizione in quella dei loro simili e, guardandosi gli uni gli altri con dolore e senza speranza, attendono il loro turno. Tale l'immagine della condizione degli uomini [Pascal]; L' uomo è cattivo e infelice: tutti lo sanno (...). Ovunque si vedono prigioni e ospedali, ovunque ladri e mendicanti. La storia, propriamente parlando, non è altro che una raccolta dei delitti e delle disgrazie del genere umano [Pierre Bayle]; “Donde ha preso Dante la materia del suo Inferno se non da questo nostro mondo reale? E nondimeno n'è venuto fuori un inferno bell'e buono. Quando invece gli toccò di descrivere il cielo e le sue gioie, si trovò davanti a una difficoltà insuperabile: appunto perché il nostro mondo non offre materiale per un'impresa siffatta.” [Schopenhauer].
Per citare solo alcuni dei passi più celebri che segnano una lunga filiera di constatazioni circa la condizione umana che liquidare semplicemente quali ridondanti lagne di alcuni inveterati pessimisti sarebbe riduttivo.
Neppure a tutto l'ottimismo del mondo raccolto in un punto, anzi, neppure alla filosofia ottimistica di Leibniz riesce di negare le controrepliche circa la presenza del male all'interno della creazione, mossele dagli agguerriti antagonisti: riesce, tutt'al più, quel male a inserire o, meglio, stemperare d'un po' grazie a una visione più ampia e armonicistica, così da giustificarlo: esattamente così come si diluirebbe una dose di cianuro in una brocca sufficientemente ricolma d'acqua da neutralizzarne gli effetti venefici. Ma ciò è ben diverso dal saperlo negare e, per di più, non è di alcun supporto, né tanto meno di una qualche consolazione per l'individuo storico-empirico che quel male continuamente subisce e vive.
E dunque?
Come può l'uomo trovare ancora in sé la forza per far riecheggiare questa biblica valle di lacrime, in cui è costretto a dimorare, del suono sguaiato delle proprie risa?
Sarà appunto tale quesito ad impegnarci, in ultima istanza, lungo tutto il corso della presente ricerca: come riesce a trovare la progenie di Adamo di che divertirsi tra le mi-serie di questa sua condizione?
O che forse essa non rida, come noi crediamo, proprio a causa di questa sua condizione?"(1)

 

(1) Da Pee Gee Daniel, Il riso e il comico. Un excursus filosofico, Ed. Montag, 2014 pp. 21-22 - http://www.edizionimontag.com/

 


Informazioni su questa pagina
titolo:"Le mie prigioni"
autore: Pee Gee Daniel
data di pubblicazione: 27.05.2015
ultimo aggiornamento
27.05.2015
codice di riferimento:
IICA1505271005MAN
     
I CAFFE' CULTURALI
sito sperimentale del Dipartimento per lo Studio della Linguistica e dell'Italianistica della società INFOGESTIONE

Questo sito è di proprietà della società INFOGESTIONE di Gian Stefano Mandrino & C. s.a.s.
sede legale: via Bardonecchia, 93 - 10139 - Torino - Italia -
tel.: 0039 - 011 - 3835724
Partita IVA/Codice Fiscale: 07241240014 - REA: 876784

http://www.infogestione.com
- infogestione@infogestione.com
Proprietà intellettuale della società INFOGESTIONE s.a.s.: tutti i diritti sono riservati.