Le parole sospese...
...di Pee Gee Daniel

Queste sono le "Parole sospese" lasciate da Pee Gee Daniel sul bancone del nostro caffè a disposizione di chi, assieme a noi, attraverso il forum sottostante, abbia desiderio di gustarle, di capirle e di approfondirle in compagnia del loro autore.

Era l'inverno del 2012 e durante la sua prima intervista rilasciata a "I Caffè Culturali" Pee Gee Daniel affermava, a proposito del quesito circa i destinatari del suo ultimo lavoro e dei motivi per cui tale pubblico avrebbe dovuto leggerlo:
...a proposito di Pee Gee Daniel
Pee Gee Daniel, classe 1976, è nato a Torino, ma vive e risiede in Alessandria.
Laureato presso la Facoltà di Filosofia di Torino è scrittore e commediografo.


"Tuttavia non nego che mi darebbe un particolare gusto consigliarne l'acquisto a fondamentalisti religiosi, moralisti professionali, tipici lettori di Fabio Volo,
amanti dei libercoli da ombrellone, tipi seriosi privi della benché
minima
traccia di sense of humour, puristi lessicali, tutori di quella blanda spremuta di mandarini in cui consiste l'attuale mercato librario, anime belle a cui resti tuttora ignoto il caos che avvolge l'universo mondo in cui viviamo imperversandoci liberamente, attivisti politici troppo impegnati a salvaguardare a spada tratta l'umanità presa in astratto per avere tempo da perdere a capire ciò che poi veramente sotto quel sostantivo si nasconda, vecchi e smorti tabacconi affezionati a intellettualismi senz'anima e analfabeti di ritorno vari (magari insigniti di laurea e master). La mia personale soddisfazione risiederebbe poi nell'immaginarmeli mentre, schiumanti di rabbia, scaraventano a terra il romanzo dopo non averne scorso che poche pagine, maledicendone a gran voce l'autore, a cui peraltro, con quella spesa, per colmo d'ironia hanno assicurato un euro e 80 di diritti d'autore cadauno...".

(Per visualizzare la fonte di quanto riportato: http://www.icaffeculturali.com/comunita/tavolino/Straneo%20Pierluigi/Pierluigi%20Straneo.htm)

Ora non resta che seguire e partecipare all'intervista.


l'intervista
I Caffè Culturali:
"Bentrovato al nostro bancone: come trova oggi questa sua risposta?".
Pee Gee Daniel:
"Sembra trascorso un intero eone da che mi sottoposi a quella vostra brillante intervista e invece sono passati a malapena quattro anni…
Allora esordivo. Dopo aver provato a proporre quel mio primo romanzo, intitolato Gigi il bastardo (& le sue 5 morti), per una decina d'anni a una pletora di editori, più o meno con il medesimo effetto che si ottiene lanciando una pallina contro un muro di gomma, finalmente qualcuno (la Montag, per l'esattezza) aveva accettato di darlo alle stampe.
Frattanto, durante questo lasso di tempo tutto sommato esiguo, sono invece riuscito a veder pubblicati altri sei miei romanzi più un saggio di filosofia (quest'ultimo sempre per i tipi della Montag fra l'altro, come da sezione da voi gentilmente dedicatagli: http://www.icaffeculturali.com/La parola, il riso e il comico), infilandoli mirabilmente uno dietro all'altro, come per una sorta di ammenda divina al lungo periodo da inedito precedentemente patito. Inoltre sto attualmente cercando di cedere a qualche editore un nuovo romanzo e una raccolta di racconti.
Ebbene, con l'esperienza accumulata da allora (piuttosto intensa, per quanto concentrata), la quale mi distingue dal neofita che a quel tempo intervistavate, posso tuttora godermi il gusto tranchant di una tale risposta, misto a una sbruffoneria un po' da pallone gonfiato (che confesso peraltro permanere in me). Eppure, anche grazie ai numerosi reading, presentazioni, interviste ed esibizioni di arte varia svolte in questi anni, il mio atteggiamento rispetto alla scrittura e al mercato, nonché quella punta di spocchia, si sono spontaneamente ridimensionati.
Dopo quel primo romanzo dagli argomenti estremi e dallo stile ultrasperimentale, pur non essendomi affatto snaturato ho comunque via via cercato di andare maggiormente incontro ai gusti del pubblico e a un comune sentire (piuttosto che attendere maomettanamente che essi venissero a me).
Ora come ora cerco ancora di dire quello che penso e di continuare a mostrare il mio punto di vista sul mondo, sempre mantenendo uno stile che riesca a calzarmi perfettamente addosso, ma senza voler più urtare ad ogni costo il lettore: preferisco accompagnarlo un po' di più semmai, anche (forse soprattutto) lungo i percorsi più impervi. Anzi, notizia bomba: proprio di questi tempi mi è balenata in testa un'idea folgorante per una serie di gialli che sto cercando di mettere su carta. Ciò vuol dire – udite, udite! - che Pee Gee Daniel si butta… sul commerciale!".
I Caffè Culturali:
"Come riscriverebbe oggi questa sua risposta, alla luce di quanto sopra asserito?".
Pee Gee Daniel:
"No, la risposta in sé va bene così com'è, perché adeguata al romanzo che attraverso il vostro sito allora presentavo. E anche se ora ammetto di provare ad aggiustare un po' il tiro, il principio di fondo che muoveva al tempo la mia scrittura si può dire che permanga inalterato, fatto salvo l'addolcimento generale di stile e contenuti, e che venga anzi potenziato: un principio che amo definire democratico e che di seguito tenterò di chiarire meglio…
In termini generalissimi, la differenza tra il despota, o il tiranno, e il leader democratico (basti pensare ai due massimi rappresentanti del genere: Pericle e Roosvelt) non sta nel fatto che quest'ultimo, al contrario dei primi, asseveri ciecamente i voleri del popolo che è chiamato a governare. Anche il leader pericleo è solito imporre una propria visione del mondo (chi asseconda semplicemente il sentire comune e l'opinione pubblica è semmai il populista). La differenza rispetto al dittatore è che il leader riesce a convincere le masse a seguirlo mostrando loro la bontà delle proprie idee, non già attraverso mezzi draconiani. Parimenti si comporta lo scrittore democratico, quello cioè che cerca di migliorare i propri lettori non brutalizzandoli da una parte, né cercandone a tutti i costi i favori col concedere loro testi che rispondano alle esigenze più sempliciotte e facilmente contentabili del loro animo, per altro verso. Il buon autore appaga la parte migliore di chi lo legge, senza ricorrere però a metodi estremi e coercitivi (come forse invece io un po' facevo, fuor di metafora, con quel mio primo romanzo).
Detto ciò, per concludere brevemente sul solito Fabio Volo – che in quella remota risposta citavo – ecco, lui (o chi per lui, vista la pletora di ghost-writer che saranno messi presumibilmente a disposizione dalla Mondadori…) rappresenta l'autore populista cui accennavo. L'autore usa e getta: quello che dà al suo pubblico la risposta più facile, il contentino, il cibo che puntella ma non nutre.
Detto questo, per smorzare i toni prima che si inerpichino troppo alla svelta verso un ascetismo che non mi compete, ammetto pure che gli incassi di Volo, Moccia e compagnia cantante schifo comunque non mi farebbero, specialmente ora che sono in procinto di vivere una seconda paternità (già che ci siamo, sono infatti ben lieto di annunciare che Alessia, la mia compagna, è ormai entrata nel quinto mese!)… Però, cari miei, pensate che soddisfazione tutta diversa sarebbe competere con quegli scrittori da scaffale Esselunga con un'opera che abbia invece un significativo valore letterario...".
I Caffè Culturali:
"Cosa intende per cibo che puntella ma non nutre?".
Pee Gee Daniel:
"Il traslato alimentare mi serviva a indicare un cibo per lo spirito (se si vuole fare i romantici) ovvero un cibo per l'intelletto (se invece si è in vena di illuminismi) che davvero sazi, anziché il junk food editoriale che rappresenta quasi la totalità della produzione nazionale corrente.
È un discorso molto vasto, che investe da parecchi anni l'intero panorama creativo italiano, e che la crisi non ha fatto che accentuare ulteriormente: opere televisive, pittoriche, scrittorie, musicali tendono attualmente a soddisfare il primo gusto del loro fruitore (che potremmo anche benissimo definire consumatore), il gusto più facilone, quello più sempliciotto, che si accontenta subito, ma di una contentezza da poco, che quanto rapidamente è arrivata con altrettanta fretta svanisce.
Come si suol dire, il pesce puzza sempre dalla testa (e qua si torna, come sempre, a un discorso innanzitutto economico): anche nel campo squisitamente artistico (come altrove) mancano gli imprenditori, che qui potremmo anche chiamare con il titolo - più felice e nobilitante – di mentori, o mecenati. Certo, rispetto al mecenatismo classico, chi investe in un'impresa (che produca carta igienica a triplo velo o florilegi di carmi ermetici rilegati in pelle di coccodrillo non fa differenza) deve ricavarne delle entrate, ma anche sotto tale profilo non credo che la direzione intrapresa sia quella giusta. Il rischio di impresa (che, come ci insegnano prima Goethe e il suo Faust, poi Weber e le sue disamine su nascita del capitalismo e protestantesimo, è l'anima stessa dell'economia moderna) non esiste più: in tali campi, come in quelli più classicamente venali, chi ancora detiene dei capitali, per paura di perderne, non osa provare qualcosa di innovativo che, per quanto rischioso, se mai dovesse incontrare il riscontro favorevole del pubblico potrebbe anche rivelarsi un'impensata vena aurifera. Come in tutti i passaggi storici pari a questo, segnati da congiunture e risacche finanziarie e culturali, nessuno scommette sul futuro, ma ci si barcamena barcollando lungo la strada vecchia e cercando di recuperare i pochi guadagni assicurati dal visto e rivisto, dal trito e ritrito.
E dunque, per tornare a bomba a quel che si diceva, in editoria si privilegiano oggidì le soluzioni più semplici: i gialli da ombrellone (o da baita), le storielle d'amore, i testi pseudo-impegnati di facile lettura che appaghino il lettore senza affaticarlo, ma anche senza avergli trasmesso alcuna gioia o motivazione profonda, a ben vedere. Quel che mi ha insegnato la mia lunga pratica coi testi di filosofia (e non solo con quelli…) è che è la lunga fatica a condurre al maggior godimento. Se leggi un qualsiasi grande filosofo, le prime 40-50 pagine saranno quasi sempre un percorso frustrante, accidentato e faticosissimo. Superate quelle arriva sempre però un punto in cui l'autore, dopo tutto quel lungo ma necessario tragitto, ti mostrerà la chiave di lettura che di colpo ti aprirà pienamente gli occhi su quanto letto sino ad allora e su quella parte di testo che ancora ti rimane da leggere. Lì avviene l'equivalente intellettivo del più potente degli orgasmi: anche a livello organico, quando la mente (prodotta da una millenaria evoluzione con lo scopo primario di risolvere problemi) intravede finalmente la soluzione tanto a lungo cercata, il cervello inizia a far pompare norepinefrina, ossia l'adrenalina naturalmente prodotta dal nostro corpo, che ci infonderà un piacere e un benessere che mai potremmo provare all'ultima pagina di un libro senza troppe pretese.
Passando dalla filosofia alla narrativa, il principio non cambia: sono i testi più corposi e ricchi di suggestioni, quelli che ci richiedono maggiore fatica, che però alla fine ci danno anche le più notevoli e piene soddisfazioni. Perciò, per concludere con un consiglio, se volete irrobustire il cervello e provare il vero e sublime piacere della lettura, salite sino a Celine, non accontentatevi pigramente di Stephen King".
I Caffè Culturali:
"Non pensa che in Italia si considerino impresa economica e cultura come elementi non miscibili atti ad ottenere una miscela più che l'attuale miscuglio, in cui l'uno sia obbligatoriamente vettore a favore dell'altro, che implicitamente lo pone ad un livello di considerazione morale inferiore? Quando si potrà parlare di Impresa culturale" senza trovarci davanti facce stralunate di smarriti accademici? Non è che il nostro Paese sia ancora succube della sindrome del Vile meccanico, subita già da personalità geniali come il Da Vinci ed il Galilei? Non siamo ancora maturi per una cultura che educhi? Da chi e da cosa dipende questa situazione supina ed amorfa?".
Pee Gee Daniel:
"In Italia di solito, parafrasando Goebbels, alla parola cultura si mette mano alle sovvenzioni pubbliche. Ecco perché nel paese che detiene l'80% del patrimonio artistico e culturale del mondo, anziché camparci di rendita, come a rigor di logica dovrebbe accadere, la cultura viene vista come un'enorme perdita di denaro (e spesso anche di tempo). Questo forse ci deriva dalla nostra storia nazionale che a un tale accumulo di ricchezze ha portato: le meraviglie che ci circondano (la Valle dei Templi, il Pantheon, l'affrescatura michelangiolesca della Sistina, il Palazzo della Civiltà Italiana all'Eur) e rendono la vita di un italiano medio, spesso a sua insaputa, immersa nella più prepotente bellezza altro non sono che ostentazioni di potere.
Le belle arti nel corso dei secoli sono sempre state sfruttate a fini politici, o come mere vanterie dell'importanza acquisita da una dinastia o da un singolo: il signore pagava il più grande artista del suo tempo (o perlomeno quello che le sue finanze riuscivano a permettergli) per dimostrare la propria importanza. La grandezza dell'opera eseguita implicava la grandezza del suo mecenate. Per non parlare poi della Controriforma, che inventò il Barocco come esibizione di gloria e potenza contro l'insorgenza sempre più molesta del Protestantesimo. Ecco dunque come il processo creativo sia sempre stato protetto e foraggiato da personaggi bene in soldi che ci tenevano a fare bella figura, per dirla con semplicità.
Ciò valeva ancor più per quel che riguardava la scrittura, in tempi in cui un mercato editoriale era impensabile, sia per ragioni bassamente tecniche che per mancanza di un numero sufficiente di fruitori: le più belle menti della narrativa e della trattatistica di un glorioso passato, a ben guardare, si riducevano a cortigiani costretti a sbarcare il lunario con impieghi più o meno impiegatizi, che, quando nelle ore lasciate libere dalle sinecure di corte si apprestavano a redigere i loro capolavori, si vedevano comunque costretti a pagare il fio a chi li manteneva inserendolo in dediche sperticate e traboccanti di piaggeria.
All'estero l'artista ha trovato una sua indipendenza molto prima che da noi, magari alimentando la propria arte attraverso l'attività parallela di vil meccanico, come ricordavate voi, per cui in ambito anglosassone veniva invece adoperato l'appellativo assai meno umiliante di praticioner, uomo pratico, capace alla bisogna di ripiegare l'arte in tecnica (e non starò qui a ricordare pedantemente come la parola da cui provengono tecnica e tecnologia, techné, in greco designi altresì l'arte di Fidia come quella di Sofocle).
A tutto ciò va affiancata una seconda ragione: come mai in Germania m'è capitato di notare che se trovano un sasso risalente al paleolitico ci costruiscono intorno un intero museo da €5 a biglietto, che riescono pure a riempire di visitatori? Mentre a Selinunte, per dirne una, vidi una stupefacente nave fenicia abbandonata sotto una pioggia battente senza che il sito archeologico fosse minimamente segnalato (e il cancelletto davanti era tenuto chiuso da una catena da bicicletta…). Qui, per come la vedo io, entra in gioco il tanto vituperato capitalismo: in Germania lo hanno inventato e se ne sanno servire (anche a beneficio della collettività) in ogni campo umano, mentre da noi è arrivato tardivo, mal fatto, superfetato sopra secoli di feudalesimo e latifondismo e i risultati, nelle sue applicazioni pratiche (anche in sede culturale) sono sotto gli occhi di tutti...".
I Caffè Culturali:
"Avrebbe qualche idea, oltre ad organizzare un esodo di massa per autentici seguaci della cultura ed estimatori dell'intelligenza? Siamo sicuri che all'Italia serva la cultura o forse non sarebbe meglio arrenderci alla nostra mediocrità, proprio a quella che alcuni tra noi, medriocri tra i mediocri, si ostinano ad imporci?".
Pee Gee Daniel:
"Il primo grande esodo, l'esodo per antonomasia, avvenne come sappiamo in exitu Israel ex Aegypto, ma lì era tutto più facile: dopo la teofania sinaitica (Yahweh che si manifesta a Mosè sotto forma di un rovo infuocato col dono della parola) gli ebrei si lasciarono alle spalle lo stato di schiavitù in cui versavano alla volta della Terra Promessa, laddove si profetizzava scorressero latte e miele. Per noi l'impresa si presenta ben più ardua, e il grado di incertezza incomparabilmente maggiore: dove vai a star meglio che qui? - come mi chiedeva sempre mia nonna Maria ogni volta che mi congedavo a fine-visita. Il problema è proprio questo: c'è un posto migliore dell'Italia?
Pur guardandoci bene da una bassa retorica patriottica alla Alberto Sordi in vacanza, nel Belpaese gli esiti dei fatidici trecento anni di Borgia, guerre, terrore, criminalità e spargimenti di sangue di wellesiana memoria (vedi qui: https://www.youtube.com/watch?v=pBy5q-UdIrk) si ammirano tutti: viviamo dentro una bellezza unica e ineguagliabile. Respiriamo cultura anche senza volerlo, la assimiliamo come si poppa il latte materno. Anche il più caprone cresce con uno sguardo abituato al bello (che poi ne faccia tesoro o meno è ovviamente tutto da vedersi, ma questo è un altro discorso).
L'Italia è tanto bella, peccato ci siano gli italiani verrebbe forse da protestare a qualche villeggiante tedesco in calzettoni contenitivi e Birkenstock. Eppure, negli anni, ho maturato l'idea che tutto tiene: un paese come il nostro non potrebbe essere mai esistito senza un carattere come quello nazionale. L'inquadramento mentale dei popoli prussiani, la precisa attenzione al welfare dei paesi nordici, i ferrei processi logici dei francesi non hanno mai permesso un'esplosione creativa come quella in cui noi siamo nati e viviamo.
Tuttavia ogni cosa ha un prezzo: uno spirito così libero e intemperante crea arte ma non la sa gestire. E allora? Che fare? L'unica chance che vedo, e che fortemente auspico, e che l'Europa (in controtendenza a ciò che stiamo attualmente vivendo) si rinsaldi sempre più, istituendo un apparato centrale plenipotenziario che obblighi i governi nazionali a seguire precise direttive: solo allora, quando saremo governati da mentalità più rigorose, vedremo finalmente il nostro patrimonio giustamente valorizzato. In parole povere, mi auguro che l'Italia diventi l'equivalente delle Hawaii per gli Stati Uniti: una colonia vacanziera per gli abitanti del resto del Vecchio Continente, gestita e organizzata secondo le serie politiche di un albergo di lusso, ma continuando a farci fare gli italiani, ovvero permettendoci di continuare a sguazzare nel nostro fantasioso disordine (un po' come si fa coi bambini in età prescolare, insomma…)".
I Caffè Culturali:
"A proposito di Europa: esiste, secondo lei, un'espressione culturale europea?".
Pee Gee Daniel:
"È difficile trovare un'unica espressione culturale capace di sintetizzare la lunga storia del continente europeo (che sta poi a dire il centro e la scaturigine stessa del concetto di Occidente). Con tutta probabilità ciò che maggiormente distingue noialtri da forme culturali differenti è l'ambito cui applichiamo, già da prima di Omero, le nostre indagini euristiche e veritative.
Se infatti le discipline orientali si indirizzano preferibilmente a una ricerca interiore, entro cui si suppone risiedere la definitiva risposta ad ogni quesito, quel che invece è sempre premuto conoscere all'occidentale è innanzitutto l'esterno, l'altro da sé, il mondo che ci circonda e dentro il quale siamo inseriti: enti tra gli enti. Questo vale anche per il Conosci te stesso socratico che, anticipando Freud di un bel pezzo, mira a promuovere un'autoconsapevolezza comunque riferita a un individuo calato in pieno nella datità, in ciò che esiste attorno a lui e fuori da lui, senza limitarsi a una interiorizzazione puramente solipsistica. Ulisse è in questo il perfetto eroe europeo e occidentale, rappresentante di quella curiosità ossessiva che proprio nel Vecchio Mondo porterà alla nascita e allo sviluppo delle scienze positive.
Questo ci porta alla peculiare visione del mondo e della vita che l'Europa ha via via maturato: una visione laica, immanentistica, versata sempre più a un edonismo che è prima di tutto piacere di vivere e, implicitamente, disinteresse verso tutto ciò che trascende questa vita.
Una visione che, per contrasto, si fa ancora più evidente quando viene minata e offesa da un terrorismo sostanzialmente aderente a un disprezzo per la vita mondana e pronto a immolazioni in nome di una gloria ultraterrena per noi francamente inconcepibili.
Proprio per questo chi a tal proposito parla di guerre di religione non mi trova d'accordo: qui si tratta più che altro di uno scontro di culture o, se si vuole, di civiltà tra loro contrapposte e inconciliabili".
I Caffè Culturali:
"Quali civiltà, quali culture, in realtà, si stanno contrapponendo e quali sono gli elementi di contrapposizione ed inconciliabiltà a cui faceva riferimento?".
Pee Gee Daniel:
"Vogliamo prenderla un po' alla larga? Ebbene, il buon Plutarco ci racconta di quel vascello romano che costeggiava un'isola dell'Egeo. Giunta a tiro d'orecchio, la ciurma poté udire distintamente un terribile lamento che da là si innalzava: Il grande dio Pan è morto! seguito da una salva di giaculatorie. Si era sotto l'impero di Tiberio. Quell'evento leggendario, oltre a seminare un vero e proprio shock o - se si volesse ricorrere a una figura etimologica - il panico assoluto (visto che mai s'era udito presso la religione pagana greco-romana della morte di un dio), annunciava metaforicamente una cesura irrimediabile: la fine del paganesimo, soppiantato da una religione del tutto nuova e del tutto diversa, basata su un altro dio morto, che tuttavia in questo caso il terzo giorno risorge.
Ma è andata poi davvero così? La pletora degli dei olimpi è stata poi veramente annichilita da quell'unica divinità umanizzata?
La mia risposta è che non solo le radici dell'Europa, con buona pace delle forze politiche teocon, sono pagane (sin dal nome stesso del nostro continente, preso da quella fanciulla che cavalcò Zeus sub specie taurina), ma che tuttora la nostra cultura e civiltà sono di impronta essenzialmente pagana.
A partire dall'origine del cristianesimo occidentale, non fu la nuova fede di stampo ebraico-esseno a rivoluzionare la cultura europea, fu semmai la cultura classica ad adottarla tramite una sorta di tacito sincretismo, rivestendo di nomi e paramenti nuovi le usanze e le credenze antiche. Sotto il profilo teorico, la teologia dei Padri della Chiesa altro non è che la rielaborazione (abbastanza pedestre) del neo-platonismo. Dal punto di vista pratico, tuttora il capo della Chiesa Cattolica Romana si veste come il Pontifex Maximus dell'Urbe imperiale, i suoi sacerdoti officiano riti desunti dalla tradizione pagana in templi concepiti e talora edificati materialmente sopra quelli eretti dai grandi architetti pre-cristiani in onore del loro nutrito pantheon. Il primo dio a morire e risorgere non fu Cristo bensì Dioniso (o Bacco), col quale peraltro i contadini proto-cristiani identificavano il Messia evangelico (in una variante proletaria in cui la figura dionisiaca veniva ribattezzata Liber). E che cos'è infine il culto dei santi se non la trasformazione della devozione che si doveva un tempo ai molti numi?
Ma a parte tutto questo, il paganesimo permea la nostra vita sociale e personale anche in maniera più sottile.
Come sosteneva John Stuart Mill, il politeismo si rivela ben più utile del monoteismo a descrivere e incarnare la pluralità di etiche che caratterizza la nostra società (ciò che, sulla sua scorta, Max Weber chiamerà il politeismo dei valori). La struttura socio-culturale che viviamo è composta e animata da plurimi apporti (ideologici e materiali) non facilmente riassumibili. Non esistono imam portatori di certezze da divulgare senza facoltà di replica. Da noi ci sono gli arcipreti, sì, ma accanto a loro vi sono fermenti laici, atei, immanentisti non meno potenti. E al di là di questi una girandola infinita di altre conoscenze, filosofie, pensamenti, prospettive talora contrapposte, ognuna delle quali ha coltivato una propria, per quanto parziale, verità, che pretende di perorare perlomeno al pari di quelle concorrenti. E come ci spiegano i Sofisti, se nessuno ha ragione tutti hanno ragione. Ma meglio ancora: come ci insegnano il monadismo leibniziano e l'esistenzialismo di Jaspers, è da una pluralità di visioni che deriva una verità ultima e condivisa.
In altre parola, la verità – come propugnata dall'Occidente – è sempre irenica e ironica, cioè pacificatoria (in quanto conciliazione democratica dei diversi punti di vista) e mai definitiva, dunque passibile di ulteriori raffinamenti anche per mezzo del più spudorato sburleggio ad opera dei futuri detrattori.
Credo basti questo per capire la netta differenza rispetto a culture drasticamente monoteiste, per le quali la verità è una, divina e inoppugnabile e, come tale, da difendere e diffondere strenuamente anche a costo (nei casi più estremi) di morire santamente per essa, portando con sé centinaia di persone, colpevoli solo di non abboccare altrettanto acriticamente alla presunta rivelazione del Profeta".
I Caffè Culturali:
"Come e fino a che punto si immagina il risultato del confronto tra le varie posizioni da lei sopra descritte? Cos'è per Pee Gee Daniel la cultura e nel futuro come sarà definita?".
Pee Gee Daniel:
"Ammetto di essere un fervente occidentalista: confido che a lungo andare la parte di mondo in cui abbiamo la fortuna di risiedere la avrà vinta sui suoi detrattori. Non tanto però attraverso guerre e spedizioni da Goffredo di Buglione redivivo, bensì in forza di quella capacità di inglobare culture eterogenee e sublimarle senza snaturare quella dominante (il sincretismo di tradizione classica cui accennavamo poco sopra). In America per esempio questo già succede: il caso-limite, ma anche più indicativo, è rappresentato da quei soldati statunitensi di fede musulmana che, se inviati in zone di guerra medio-orientali, combattono i propri correligionari senza alcuna titubanza, perché appunto, prima di ogni altra cosa, si sentono americani.
Un altro fatto che mi è rimasto fisso nella mente, per quel che riguarda la capacità (che qualcuno potrebbe definire subdola) dello stile di vita occidentale di conquistare, platealmente o surrettiziamente, i propri avversari è ben riassunto dall'immagine di quei palestinesi che esultavano in diretta tv alla notizia di quanto avvenuto a danno dell'America l'11 settembre 2001sparando in aria da… camioncini della Ford e con le Nike ai piedi!
Cos'è per me la cultura? Beh, personalmente rimango fedele alla riuscita definizione tayloriana (che peraltro immagino sarà valida per sempre), secondo la quale per cultura si deve intendere l'insieme di conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costumi e qualsiasi altro prodotto e modo di vivere propri dell'uomo che vive entro un determinato aggregato sociale. Ma a parte questo, per me cultura non significa semplice erudizione, se non addirittura la sua versione deteriore: il nozionismo. La cultura è, come dice la parola, coltivazione di se stessi, ma con un fine ben preciso: è la conoscenza atta alla vita. È lo strumento principe per riuscire a vivere degnamente.
Nonostante quanto per secoli abbiano provato a inculcarci gli antropocentrismi religiosi e l'umanesimo, l'uomo in realtà è la più sprovveduta delle bestie. Mentre non c'è animale che non sia provvisto di un equipaggiamento innato pienamente sufficiente all'autopreservazione, l'uomo ha bisogno di un pluridecennale apprendimento alla vita per riuscire un giorno a sfangarsela da solo. Questa è la cultura: lo strumento per la sopravvivenza che l'umanità ha inventato ed elaborato nel corso di millenni per ovviare alla carenza di istinto, di forza, di artigli, di rivestimenti coibentanti o di prontezza muscolare di cui la natura ha rifornito tutte le altre specie. Solo in un secondo tempo, nelle brevi pause tra l'accaparramento di cibo e la più generale conservazione di sé e dei più stretti conspecifici, l'essere umano si potrà poi dedicare a quella cultura di cui si riempiono la bocca intellettuali e anime belle, fatta di arti, meditazioni ed estetismi vari. Insomma, come diceva lo Stagirita, Primum vivere, deinde philosophari."
I Caffè Culturali:
"Alla luce di tutto quanto asserito da lei sino ad ora, avrebbe quelcosa da aggiungere in relazione alla sua frase, da cui siamo partiti con il nostro ragionare?".
Pee Gee Daniel:
"Rimango nel mio campo e dico a chi ci segue: leggete sì, ma leggete bene. Non credete a chi vi dice che l'importante è leggere: questo è un argomento da ufficio finanze delle case editrice. Se leggete Fabio Volo, Moccia, Ammanniti questo non vi renderà migliori: vi farà solo perdere del tempo prezioso che avreste potuto impiegare in attività che magari veramente avrebbero saputo migliorarvi corpo e mente (almeno un po').
Leggete per divertirvi, anche, sì, certo, ma il vero divertimento è il panorama che ci si squaderna dinanzi alla fine di una lunga scalata ovvero, come dicono gli anglofoni, no pain no gain: il cervello umano è fatto per risolvere problemi e non trova una vera, completa soddisfazione quando ciò non avvenga. In altre parole, non accontentatevi mai di una pappetta già bell'e pronta: scegliete l'autore che più richiederà degli sforzi da parte vostra, per poi però premiarli appieno e adeguatamente con concetti capaci di rendervi meglio equipaggiati all'esistenza di quanto non foste prima di iniziare quella specifica lettura".

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titolo:"Le parole sospese...di Pee Gee Daniel"
autore: INFOGESTIONE dli
data di pubblicazione:
30.01.2016
ultimo aggiornamento:
03.06.2016
codice di riferimento:
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