Tavolino riservato ad Antonio Anonide
l'ospite


Antonio Anonide


Nome:

Antonio

Cognome:

Anonide

Nazionalità:

Italiana

Data di nascita: 30 novembre 1960

Interessi:

Storia e filosofia, letteratura, musica classica, cantautori italiani, sport (in particolare calcio, tennis, atletica leggera, rugby), viaggi.

Note biografiche:

Maturità classica nel 1979 presso Liceo Gabriello Chiabrera di Savona.
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1985 presso l'Università di Genova.
Specializzazione in Dermatologia e Venereologia nel 1988 presso Clinica la Dermatologica dell'Università di Genova.
Dermatologo presso l'Ospedale Galliera di Genova dal 1988.
Libera professione come dermatologo dal 1988.
L'Ospite sul web: Pagina Facebook:
https://www.facebook.com/antonio.anonide.5/about
"E mail": antonio.anonide@galliera.it

Reperibilità dei lavori:


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  Comunicazioni: -
    

l'intervista
I Caffè Culturali:
"Chi è Antonio Anonide?".
Antonio Anonide:
"Una persona, spero, come tante, pieno di curiosità per ciò che ci circonda, per il meraviglioso mondo della natura, delle sue leggi e dei suoi ritmi talora non ancora del tutto chiari e per l'altrettanto complesso universo dell'Umanità, le sue potenzialità, il suo intelletto, i suoi limiti, le sue malattie. Credo sia un fondamentale diritto-dovere di tutti noi aprire gli occhi su ciò che ci circonda per capire, conoscere e confrontarsi. Ritengo inoltre un delitto gravissimo qualsiasi tentativo, velato o palese, di limitare le possibilità cognitive e interpretative degli uomini attraverso il confezionamento di dogmi, dottrine, rivelazioni. Delegare ad altri le spiegazioni della realtà e le regole del comportamento e della nostra quotidianità significa privare e privarsi di uno degli scopi e dei piaceri fondamentali della nostra esistenza su questo pianeta. Pertanto nel mio lavoro come nelle altre attività, pur con tutte le difficoltà temporali, burocratiche e di altro genere delle attività odierne, cerco sempre di favorire un dialogo, uno scambio di impressioni che consenta di far luce sulle reciproche aspettative.
Di qui l'importanza capitale, nel mio lavoro come in qualsiasi attività umana, di quello che costituisce una diretta emanazione della nostra mente e lo strumento essenziale per illustrarne le elaborazioni, i desideri, le paure: il linguaggio, la parola, con la sua straordinaria ricchezza a cui attingere, ed anche le sue intonazioni, i suoi ammiccamenti, la sua franchezza e le sue sfumature, tutte caratteristiche che, se usate con un certo discernimento, contribuiscono a stabilire un rapporto di fiducia e di collaborazione che troppo spesso manca fra le persone. Nel caso specifico del mio lavoro, l'ascoltare attentamente (e criticamente) la storia clinica del paziente, comprese anche le frequenti divagazioni e lamentele, contribuisce in modo essenziale a farsi un'idea delle necessità fisiche e psichiche della persona che si ha davanti e a tracciare il percorso clinico più conveniente".
I Caffè Culturali:
"La sua è una tribuna di estremo interesse per chi, come noi, si dedica alle parole. Cosa raccontano i pazienti?".
Antonio Anonide:
"È molto difficile riassumere e schematizzare le migliaia di colloqui con i pazienti, ciascuno dei quali ha proprie modalità e capacità di espressione ed esposizione dei motivi che lo hanno indotto alla visita. Di certo si può dire che non è frequente un racconto come quello che il medico vorrebbe da un punto di vista professionale, cioè un'accurata esposizione dei sintomi, la loro localizzazione e cronologia, le modalità di insorgenza, le eventuali terapie già praticate, un inquadramento generale delle patologie in atto o pregresse, anche cercando di indirizzare il paziente con domande specifiche. Talvolta si viene investiti da fiumi di parole concernenti episodi che risalgono all'anteguerra o giù di lì e che non hanno alcuna attinenza con i motivi della visita, episodi fissati nella mente in modo molto più stabile dei fatti recenti, e non è affatto semplice riportare il fiume dentro argini accettabili; talvolta, al contrario, e succede purtroppo spesso con ragazzi, all'invito ad illustrare i motivi della visita, mi sento dire Ma non c'è scritto nella richiesta?, come se fosse preferibile scavalcare qualsiasi scambio linguistico e magari anche la visita per passare direttamente alla prescrizione. Spesso mi capita di ascoltare racconti anche molto generosi di particolari ma assolutamente non rivolti ad una obiettiva descrizione dei problemi insorti, ma all'attribuzione di ogni guaio ad un ben preciso fatto (un intervento chirurgico, un certo farmaco, la morte di un congiunto, ecc.) che nell'elaborazione del paziente è stata la fonte di tutta una serie di patologie; ed anche nelle considerazioni conclusive, dopo aver cercato di spiegare la patologia e la sua possibile genesi (quando possibile), si scopre che la suddetta elaborazione in genere non risulta minimamente scalfita..... Non è raro neppure dover ascoltare terminologie, costruzioni di frasi e neologismi decisamente esilaranti o lunghi elenchi di incomprensioni, disavventure ed errori subiti in precedenti visite".
I Caffè Culturali:
"Come usano le parole i medici e cosa raccontano ai pazienti?".
Antonio Anonide:
"Uno dei momenti più delicati della visita è senz'altro la comunicazione della diagnosi certa o presunta che fa seguito alla visita, soprattutto se si tratta di dover riferire qualche cosa di serio e pericoloso (nel mio caso un tumore cutaneo o una dermopatia preoccupante). L'esigenza di chiarezza e franchezza spesso si scontra con il timore di un danno psicologico eccessivo con conseguente depressione e rassegnazione. Bisogna cercare di avere idee abbastanza chiare sul carattere della persona che abbiamo di fronte e spesso il colloquio che ha preceduto la diagnosi è di grande importanza in questo senso. I soggetti particolarmente emotivi o patofobi hanno necessità di essere rassicurati sulle possibilità di stabilizzazione e guarigione pur di affrontare la situazione con serenità e convinzione; ma molto spesso, soprattutto in Dermatogogia, ci troviamo di fronte a pazienti che tendono a sottovalutare determinate problematiche, quali macchiette che hanno visto da anni accrescersi gradualmente senza mai preoccuparsene granché (magari si sono presentati per qualcos'altro); in tal caso è spesso necessario calcare un pochino le parole per non perdere ulteriore tempo..... Ovviamente le parole del medico non possono limitarsi alla più o meno brutale enunciazione della patologia e alla consegna delle prescrizioni terapeutiche; personalmente cerco sempre di fare una piccola e semplice relazione sulle modalità' di insorgenza, sull'abituale andamento della patologia in questione, sulla prognosi e sulla possibilità di risoluzione o contenimento. Spesso alcune parole chiare su come gestire o prevenire determinati problemi, anche suggerendo modificazioni di abitudini consuete, possono essere utili almeno quanto le prescrizioni terapeutiche. Purtroppo, certe volte, dopo aver tentato di spiegare in maniera a mio giudizio semplice ed ampia la genesi e il decorso della patologia, è abbastanza frustrante sentirsi dire Dottore, ma da dove ne viene questa cosa che ho?. Le parole a volte si dissolvono come neve al sole o si disperdono come foglie al vento...".
I Caffè Culturali:
"È mai stato particolarmente colpito dalle parole di qualche suo paziente o di qualche suo collega?".
Antonio Anonide:
"È un po' come quando sei con gli amici a raccontare barzellette: al tuo turno non ti viene in mente nulla.... Comunque non posso dimenticare un episodio di oltre 20 anni fa, riguardante un anziano signore, una vita di sacrifici e lavoro nell'edilizia, tre figli, uno già deceduto per AIDS, il secondo con AIDS conclamato e ricoverato in Malattie Infettive, il terzo appena scoperto sieropositivo (all'epoca equivaleva ad una condanna a morte) e con i primi segni di imuunodeficienza; con voce rotta dal dolore ma con estrema dignità mi disse Ho capito, mi devo rassegnare a non avere più neanche un figlio. Mi sentii soffocare da un nodo alla gola che mi impedì di parlare per qualche minuto.
Qualcosa di meno drammatico e magari un po' dissacrante, controcorrente e sopra le righe sentito durante colloqui con colleghi (e a volte da me rubacchiato). A proposito delle numerose procedure di prevenzione e di rigidi regimi dietetici o altro a scopo salutistico: Ma che senso ha vivere da malati per morire da sani. Non prendetemi alla lettera, stavamo chiacchierando!!!!! Riguardo alla diffusa abitudine di prescrivere largamente esami costosi, sofisticati o peggio invasivi: Non ho voglia di fare una risonanza magnetica tutte le volte che ho mal di schiena. Forse è meglio che vada a farmi una camminata". E infine, per descrivere la nostra pratica quotidiana: "Il nostro lavoro consiste in 3 M: Medicine (quante ne prescriviamo! n.d.A.), Musse (nel significato genovese di "frottole", cosa stavate pensando? n.d.A.) e Misteri (quanti! E per dissimularli vedi la seconda M n.d.A.)".
I Caffè Culturali:
"Cosa sono i pazienti per un medico?".
Antonio Anonide:
"Ovviamente il paziente deve sempre essere considerato essenzialmente una persona che si è rivolta al medico per qualche problema che ne condiziona più o meno pesantemente l'integrità e il benessere fisico e/o psicologico; l'attenzione del medico deve essere pertanto concentrata sulla possibilità di aiutarlo con tutti i mezzi professionali a disposizione: un'attenta anamnesi, una visita accurata, prescrizioni diagnostiche e terapeutiche, eventuali consulenze di colleghi, suggerimento di norme comportamentali e abitudini adeguate. Ma, al di là di questa fondamentale e imprescindibile visione, i pazienti possono rappresentare una straordinaria possibilità di interazione in modo leggermente meno formale e professionale, attingendo, nei limiti spaziotemporali sempre più stringenti che ci vengono imposti, alle loro storie ed esperienze, nonché aspettative e progetti per un interscambio che aggiunga reciprocamente serenità e fiducia. Alcuni pazienti, in genere anziani, alla prima occasione iniziano a raccontare la storia della loro vita a partire da remoti episodi, inserendo un disco che probabilmente ripetono pressoché invariato ad ogni visita a cui si sottopongono, ignorando i tentativi di chi li accompagna di tornare alla situazione attuale; riaffiorano scenari e ambienti di epoche sepolte nei ricordi dell'infanzia, reimmergendosi per qualche istante in una realtà lontana e diversa da quella dei nostri giorni. Altre volte, quando si scopre una sintonia con chi ci sta di fronte, ci si ritrova a scambiarsi esperienze sui problemi del lavoro, sulle magagne sociali e politiche che ci indispettiscono, su luoghi visitati recentemente per lavoro o vacanze; e allora talvolta si capisce che più che di medicine ed esami spesso abbiamo bisogno di parole, di comunicazione, di scoprire altre realtà. Ma il tempo incalza, spesso fuori della stanza brulicano altri pazienti in attesa e bisogna tornare al pratico prima di accomiatarsi e ricominciare. Ma non tutto svanisce...".
I Caffè Culturali:
"Cosa significa la parola guarire per un medico e per un paziente?".
Antonio Anonide:
"È un punto molto importante, anche per il rapporto medico-paziente. Per guarigione dovremmo intendere, e questo è ciò' che anche il paziente si aspetta, l'eradicazione totale e definitiva della malattia. Una polmonite anche grave o un piu' banale ma fastidioso foruncolo si risolvono integralmente con la somministrazione dell'antibiotico giusto; ovviamente permane sempre la possibilità di una reinfezione, ma l'episodio in sé si può definire concluso. Una calcolosi renale o biliare con le sue dolorosissime coliche viene risolta dall'appropriata terapia chirurgica, anche se le condizioni metaboliche che l'avevano promossa ne potrebbero favorire nel tempo la ricomparsa. Ma se ci riflettiamo un attimo ci accorgiamo che la gran parte delle patologie più comuni del nostro tempo non sono certo suscettibili di guarigione, cioè eradicazione (chiedo scusa se mi ripeto, ma mi sembra importante) con una breve terapia medica o con un atto chirurgico e richiedono invece terapie, se esistono, che si protraggono indefinitamente nel tempo. Pensiamo all'ipertensione o al diabete, che vanno trattati per sempre, all'aterosclerosi o all'artrosi, delle quali possiamo solo rallentare la progressione, o al comunissimo colon irritabile col quale impariamo prima o poi a convivere, attenuando i fastidi con rimedi vari. Pertanto, salvo eccezioni, sono le malattie infettive e quelle chirurgiche a poter essere definite in molti casi patologie guaribili; paradossalmente, secondo questa definizione, i tumori, con la loro buona percentuale di eradicazione chirurgica, radioterapica e chemioterapica, rientrerebbero fra le patologie più guaribili. Ora, se questa necessità di cure continue viene in genere abbastanza tranquillamente accettata per patologie sistemiche come quelle citate (ipertensione, diabete, ecc.), nel mio settore, la dermatologia, vi sono molte piu' difficoltà in tal senso; in dermatologia, le patologie più frequenti (psoriasi, eczemi vari, orticaria, ecc.) sono di tipo cronico-recidivante e necessitano di cicli di terapia ripetuti nel tempo, oltre che di varie altre misure preventive; ma questo, anzichè essere percepito come un vantaggio rispetto a terapie continuative obbligate, forse per i minori rischi qoad vitam connessi con le dermatiti, viene spesso considerato un insuccesso terapeutico; ma come per il colon irritabile, anche con molti problemi dermatologici bisogna imparare a convivere. Si potrebbe pertanto proporre una definizione un po' meno integralista di guarigione come una restituzione al benessere fisico e alla serenità psicologica sapendo di poter condurre una vita abbastanza normale pur in presenza di una malattia cronica a patto di seguire controlli e prescrizioni terapeutiche e comportamentali. Anche perché se fossimo chiamati macabramente a scegliere fra un diabete da curare per tutta la vita e un carcinoma intestinale da asportare o un linfoma da risolvere con chemioterapia credo che non avremmo dubbi...".
I Caffè Culturali:
"A proposito di pelle: che relazione intercorre tra questa e la parola?".
Antonio Anonide:
"Diciamo che si può trovare fra parola e pelle un'analogia di funzione in settori diversi anche se complementari. La parola ha il compito di esprimere, delimitare e manifestare agli altri i nostri pensieri, le nostre conoscenze, i nostri stati d'animo; la pelle serve a racchiudere e a difendere i nostri organi, ma anche a manifestare, in buona parte, il nostro stato di salute, l'integrità del nostro fisico e i suoi rapporti con lo scorrere del tempo. Con la parola possiamo svelare, simulare o dissimulare le nostre sensazioni, le nostre esperienze, le nostre intenzioni, dando un'immagine più o meno sincera, più o meno artefatta di noi stessi. Ed anche la pelle (talora utilizzata a scopo comunicativo fin dai tempi piu' antichi attraverso tatuaggi o decorazioni) invia spessissimo messaggi all'esterno, diretti agli altri, ma soprattutto a noi stessi. Ci informa sulla sua usura col passare degli anni, sulla sua intolleranza a fattori esterni (sole, agenti irritanti di varia natura) e ci dà spesso informazioni su alterazioni del metabolismo o patologie a carico di organi interni. Ma, a differenza di quel che succede per le parole, che spesso vengono sopravvalutate a scapito delle azioni (una parola incauta, fuori luogo o male interpretata causa più danni al responsabile di tante nefandezze commesse in precedenza), i messaggi lanciati dalla pelle vengono molte volte ignorati o imbavagliati. Al giorno d'oggi la ricerca dell'impeccabilità dell'immagine spinge moltissimi di noi a continue correzioni delle più piccole modificazioni cutanee, non esitando a richiedere il bisturi o altri sistemi invasivi per eliminare qualsiasi neoformazione cutanea, anche la più insignificante, senza riflettre su quanto sia nocivo per il proprio benessere generale questo continuo rincorrere un'utopistica perfezione e su quelli che potranno essere gli esiti cicatriziali di continue manipolazioni.
Permettetemi infine una considerazione personale un po' sopra le righe. Io credo che il miglior messaggio che possiamo inviare agli altri con il nostro corpo e con la pelle che ne costituisce l'involucro sia quello di una serenità interiore, di una cura per noi stessi che ci porti ad un'armonia fra interno ed esterno. E allora, se da un lato mi fa un'ottima impressione una signora che cura la sua forma fisica e corregge con classe e discrezione qualche piccolo segno del volto, trovo del tutto fuori luogo e abbastanza sgradevole un trucco pesante e un abbigliamento ricercato in una ragaza di 15-18 anni, che potrebbe valorizzare molto meglio la sua bellezza con lo sport, jeans e maglietta, il sorriso e la pelle al naturale".
I Caffè Culturali:
"La pelle come racconta la serenità interiore? Dopo tanti anni di professione sicuramente avrà notato dei collegamenti tra interiorità, manifestazione cutanea ed espressione verbale: le risulta tale rapporto?".
Antonio Anonide:
"In generale potremmo dire che anche in questo caso la virtù sta nel mezzo. Così come una macchina (e il suo proprietario) se ben tenuta, non particolarmente sporca e piena di ammaccature, ma neanche arlecchinesca e piena di scritte o decorazioni, allo stesso modo una pelle ben curata, uniforme e levigata ci può comunicare un senso di armonia, di accettazione serena e di cura di se stessi. Al contrario, un aspetto molto trasandato, magari accompagnato da scarsa igiene, non depone certo a favore dell'equilibrio psicofisico di una persona: così come una pelle eccessivamente trattata, camuffata, o stressata dalla ricerca di una estrema e perenne abbronzatura (con tutti i danni che ne possono derivare) denota spesso un profondo senso di insicurezza e di conflitto con se stessi.
Vi sono poi patologie cutanee largamente influenzate da stati emotivi particolari, affaticamenti e tensioni psicofisiche, stati di instabilità dell'umore e vere e proprie sindromi ansiose e depressive; è il caso della comune dermatite seborroica e della famigerata psoriasi, le cui riaccensioni nel tempo testimoniano spesso di tali situazioni di instabilità personali o familiari e vengono vissute con senso di angoscia e impotenza che va ben al di là dell'obiettivo danno cutaneo; ed anche il racconto e l'espressione verbale del paziente risentono del profondo disagio e della diminuzione della qualità di vita che percepiscono. Vi sono poi casi limite di patologie al confine fra dermatologia e psichiatria manifestazioni esteriori di gravi conflittualità, quali le lesioni cutanee autoindotte o la tricotillomania (abitudine di strapparsi i capelli), frequenti purtroppo anche fra i ragazzi e accompagnate spesso da estrema difficoltà di comunicazione e dialogo con gli altri. Due parole infine a proposito di un'altra grave e non rarissima forma morbosa dermo-psichiatrica, definita delirio da parassitosi: i pazienti, in questo caso spesso anziani, si lamentano verbosamente, sconnessamente e con ampia dovizia di particolari, di essere infestati perennemente da animaletti che invadono e scavano la loro pelle provocando i danni più disparati; nei loro racconti vi è in genere un colpevole (il vicino che scaglia loro i parassiti sul terrazzo, un parente che li va a visitare appositamente per infestarli, ecc.), l'ostentazione dei danni cutanei (in genere autoprovocati da grattamenti ossessivi, traumatismi, talora ustioni, il tutto per uccidere gli sgraditi ospiti) e delle bestioline catturate in contenitori appositi (in realtà squame cutanee, frammenti di tessuti e di materiali vari) e i metodi infruttuosamente adottati per cercare di risolvere il problema (sono riportati anche casi di suicidio); ricordo ad esempio un anziano paziente con uno spesso strato di polvere insetticida sul cuoio capelluto.... eppure i suoi capelli resistevano tenacemente! Anche in questi casi la relazione fra stato interiore, manifestazioni cutanee ed espressione verbale mi sembra coerente".
I Caffè Culturali:
"È possibile, invece, attraverso la pelle giungere alla vita psichica del paziente o, più semplicemente, fare giungere un contatto, un messaggio, ad una persona? Come usiamo la pelle per comunicare?".
Antonio Anonide:
"La pelle comunica emozioni, stati d'animo, sensazioni anche senza la nostra volontà e spesso senza che ce ne rendiamo conto. Basti pensare alla frequente comparsa di pallore, vampate di rossore o sudorazione profusa che compaiono in molti di noi in seguito a stati emotivi intensi e sfocianti talora in vere e proprie patologie cutanee o in motivi di grave disagio psicologico che spingono certe persone a recarsi dal dermatologo; queste sensazioni visive prodotte dalla nostra pelle sono spesso più significative e sincere delle parole che vi fano seguito...
Ma al di là di questi messaggi più o meno involontari, ricorriamo spessissimo alla nostra pelle e soprattutto a quella dell'interlocutore per comunicare sensazioni e messaggi attraverso il complesso mondo delle percezioni tattili (mezzo di esplorazione esterna inferiore per importanza solo alla vista, e non di molto), da affiancare, precedere o seguire al messaggio vocale. Senza occuparci di approcci più audaci ed espliciti che possiamo immaginare, ci serviamo con grande frequenza e spesso in parte inconsciamente di un linguaggio tattile più o meno convenzionale per esprimere i nostri sentimenti. Molte persone accompagnano abitualmente le proprie parole toccando ripetutamente l'interlocutaore sugli arti superiori o sul tronco (talora esagerando e provocando in qualcuno un leggero senso di fastidio....), quasi a corroborare le proprie espressioni o ad esprimere un senso di vicinanza o complicità con chi sta di fronte; ma molto spesso usiamo una serie di gesti più o meno standardizzati (ma anche personalizzati, ovviamente) per aumentare l'empatia verso chi ci sta vicino: una stretta di mano che non è solo un saluto ma anche un'espressione di concordanza, ammirazione o fedelta e fiducia verso l'altro; una pacca sulla spalla (senza esagerare!) per esprimere solidarietà o complicità; una lieve stretta al braccio come incoraggiamento; il simpatico cinque oggi tanto di moda come congratulazione o soddisfacimento per una piccola impresa; una lieve carezza, soprattutto verso bambini, come segnale di tenero affetto ed apprezzamento.
Insomma, il tatto, spesso un po' bistrattato e tacciato di rozzezza, è indubbiamente un nostro importante patrimonio, da un lato per l'esplorazione, la conoscenza e la valutazione della natura e degli oggetti che ci circondano, dall'altro come ausilio alle nostre parole per migliorare il nostro rapporto con gli altri, conferendogli un tocco di confidenzialità e di simpatia nel senso etimologico del termine dal greco".
I Caffè Culturali:
"Come vede l'evoluzione del ruolo comunicativo e non della pelle in questa fase di trascrizione digitale del mondo? Come sarà e come sarà usata la pelle del futuro e nel futuro?".
Antonio Anonide:
"Un secolo fa i pionieri dell'automobilismo sostenevano che il nuovo mezzo di locomozione non avrebbe mai potuto superare i 50 km all'ora; pertanto non voglio e non posso sbilanciarmi molto, vista l'imprevedibilità della razza umana... Innanzitutto vorrei dire che mi auguro che la pelle non diventi uno strumento di controllo dall'alto attraverso microchips, braccialetti e altre agghiaccianti diavolerie del genere (considero Orwell il più grande genio profetico del 900). A parte ciò, non vi è dubbio che si stia incrementando la tendenza ad usare la propria pelle e i suoi annessi come mezzo di espressione di ideologie, talvolta molto discutibili, di estro, di manifestazioni artistiche sui generis, di creazioni particolari che creano comunque nuove tendenze e nuove percezioni dell'immagine. Provo a pensare se ai tempi purtroppo remoti della mia infanzia, sulla passeggiata di Varazze, fra gli anziani barcaioli con la pipa e turiste con ombrellino e cappellino fosse apparso qualcuno con la testa di Nainggolan... Da sempre sono i tatuaggi il mezzo più utilizzato per decorare la pelle o manifestere tendenze politiche e religiose e oggi non rarissimamente mi capita di visitare persone la cui pelle è quasi interamente coperta di tatuaggi di notevole bellezza (anche per me che in genere non li amo), dai colori vividi e dall'impronta prevalentemente romantica, anche se non mancano figure storiche di grande impatto emotivo come Marx, Che Guevara o Gandhi. Il tutto sfidando i rischi legati alla professionalità degli operatori, spesso abilissimi ma non sempre attenti alle esigenze di sterilità di tali pratiche. Ricordo anni fa una bellissima testa di tigre tatuata sulla coscia di un giovane, figura che ho dovuto ripetutamente deturpare col diatermocoagulatore perché disseminata di verruche. In aggiunta a ciò, altre strutture cutanee stanno divenendo non più soltanto oggetto di cura per mantenerne l'integrità e la salute, ma anche terreno di creazioni originali, stravaganti, talora eccessivamente affettate, ma comunque interessanti, tanto da portare all'istituzione di nuove figure professionali o specializzazioni. Pensiamo ai vari tipi di unghie finte o scolpite, spesso con decorazioni e colorazioni molto carine e accattivanti e a tutte le acconciature e colorazioni dei capelli, fantasiose, buffe, kitsch, dettate più o meno palesemente dalla voglia di stupire e farsi notare; intendimento che viene esasperato da abitudini più invasive quali i piercing nelle varie sedi o la dilatazione progressiva dei fori dei lobi auricolari per l'inserimento di ammenicoli vari. Va tutto bene; il problema è che spesso i gusti mutano e questi look particolari non sono più graditi dal ragazzo, o giovane, o adulto che sia; ma non sempre (vedi tatuaggi o dilatazioni) è così facile tornare indietro, se non a prezzo di interventi chirurgiche spesso delicati e dall'esito estetico non garantito. Cosa succederà in futuro? Penso che questa tendenza all'uso della pelle come espressione di creatività e di innovazione, con soluzioni sempre più appariscenti e "stunning" sia destinata a proseguire e quindi.... "ne vedremo delle belle!". L'importante è che si tratti sempre di scelte libere, consapevoli e critiche, senza mutilazioni o deformazioni permanenti causa di devastanti effetti psicologici. Mi è tornato in mente quel fantastico, tristissimo romanzo di Victor Hugo intitolato L'uomo che ride".

      
                                             La risposta tra qualche giorno in questo spazio.

    

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Informazioni su questa pagina
titolo:"Tavolino riservato ad Antonio Anonide"
autore: INFOGESTIONE dli
data di pubblicazione:
04.02.2015
ultimo aggiornamento:
22.04.2015
codice di riferimento:
IICA1502041609MAN

 
     
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