Tavolino riservato a Marco Lo Cascio
l'ospite


Marco Lo Cascio


Nome:

Marco

Cognome:

Lo Cascio

Nazionalità:

Italiana

Data di nascita: 5 maggio 1984

Interessi:

Arti visive, musica, letteratura, cinema.

Note biografiche:

"Sono nato a Palermo nel 1984; sin da bambino è stato chiaro che vi fosse un notevole interesse per l’espressione visiva, passavo interi pomeriggi disegnando e sfogliando le immagini delle opere dei grandi maestri, cercando anche con una dose di impazienza di inseguire quella maestria.
Ho frequentato il liceo artistico ed ho continuato nella medesima direzione, conseguendo il diploma di laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo.
Gli studi accademici non sono stati semplici, da una parte vedevo la propensione verso l'arte quasi come una difficile condizione, ed in alcuni momenti ho pensato di abbandonare tale via in favore di qualcosa che proponesse un percorso più certo e sicuro. A distanza di alcuni anni continuo a credere che il percorso artistico possa essere un disorientante paesaggio nel quale è facile perdersi (e disperdersi); ma è altrettanto vero, che il tempo passato non ha alterato in me quello spirito di osservazione e riflessione che sfocia nella conseguente espressione personale.
In modo incontrollato ed istintivo mi ritrovo comunque ad osservare profondamente ciò che mi circonda, ed il mio cervello non può che replicare a tali stimoli attraverso l’ideazione (o l’appropriazione) di un concetto visivo. Alcune volte tali visioni si concretizzano nella materia, altre volte rimangono semplicemente idee, ma quel meccanismo continua ad essere presente.
Ho terminato gli studi accademici nel 2009, durante il percorso formativo ho potuto approfondire lo studio dei diversi media espressivi e tale ricerca continua, in parte attraverso la materia, altre volte partorendo idee che comode rimangono nel chiuso della mia mente".

L'Ospite sul web: Il sito web:
http://www.marcolocascio.weebly.com

La pagina Facebook :
http://www.facebook.com/marcolocascioarte
"E mail" marco.artivisive@yahoo.it

Reperibilità dei lavori:

Le opere di Marco Lo Cascio sono reperibili anche in rete all'indirizzo:

  Comunicazioni: -
    

l'intervista
I Caffè Culturali:

"Chi è Marco Lo Cascio?".

Marco Lo Cascio:
"Sono un ragazzo di 30 anni con un alto senso dell'etica che vive le difficoltà italiane, nel mio caso un’Italia meridionale. Mi definirei anche un figlio del postmodernismo; di conseguenza sono inevitabilmente anche ciò che accade intorno a me. Da questo scaturisce un’incertezza sul mio ruolo, continuo a chiedermi quale posto esattamente debba essere riservato ad una persona con capacità artistiche. Ho un titolo di studio che certifica (quantomeno sulla carta) la mia propensione verso l’arte, ma questo ovviamente non garantisce la sicurezza identitaria all’interno della società.
Chi sono? Indubbiamente una persona alla ricerca di un percorso, che vive la vita con una costante propensione ad osservare ed elaborare concetti visivi. Anche nei momenti di parziale allontanamento dalla produzione artistica, non ho mai smesso di pensare in modo visivo, di elaborare gli stimoli e rispondere ad essi attraverso un pensiero destinato a diventare immagine.
Nonostante ciò non mi definirei artista: reputo che l'Artista sia colui che abbia quantomeno sfiorato lo stato dell’arte, e nel mio processo ancora precario, continuamente in divenire, non mi sembra l’appellativo più appropriato da utilizzare. Potrei forse definirmi tale in futuro, come punto d’arrivo, ma il viaggio è ancora davvero lungo e incerto".
I Caffè Culturali:
"Cosa significa pensare in modo visivo? Cosa sono le immagini per Marco Lo Cascio?".
Marco Lo Cascio:
"Il pensiero visivo è un’ambigua compulsione. È un meccanismo (quasi) involontario che nel tempo ha messo radici nel mio modo di pensare: quando uno stimolo esterno colpisce la mia attenzione, l’unica cosa che posso fare è riflettere con l’ausilio delle immagini, prefigurando in quale modo quel determinato stimolo possa tradursi in un’opera artistica.
È una peculiare risposta al mondo esterno, come gli scrittori stendono un canovaccio mentale del loro prossimo libro, io continuo a passare in rassegna quelle visioni che potrebbero diventare il mio prossimo lavoro visivo.
L’aspetto negativo di tale approccio è che vi è un lavoro mentale sin troppo pronunciato, che delle volte consuma l’opera nell’arco stesso di quel pensiero; mi sono trovato talmente tanto a pensare ad un quadro o ad un’installazione, da non riuscire ad avere più il necessario interesse per trasferirli nella materia. Ho alcuni appunti scritti di opere pensate, che ancora non hanno ricevuto il loro corpo; hanno il concetto, il pensiero visivo, un loro preciso significato, ma non possiedono uno spazio materico.
L’immagine è un concetto inafferrabile, può essere un piccolo frammento di qualcosa di più complesso, oppure costituire il corpo centrale di un’espressione; è sia la periferia che il centro.
In molti casi rappresenta una semplice selezione: la realtà è talmente carica di immagini, che l’artista può assumere il ruolo di selezionatore; in questo caso l’immagine assume un suo significato in quanto frutto del discernimento compiuto".
I Caffè Culturali:
"Come rivela l'immagine il suo significato?".
Marco Lo Cascio:
"Riprendendo il concetto di selezione, definirei l’immagine come un elemento primo esistente nella nostra realtà, al pari di un minerale o di un elemento chimico. Il tutto giace attorno a noi, e il significato, lo scopo di tale elemento si palesa (nelle sue forme più disparate) attraverso un processo di assimilazione che riguarda la molteplicità di individui e personalità differenti.
Parlando in ambito artistico-creativo, l’immagine giace nella realtà ed un suo significato intrinseco è sottinteso, ma può assumere consistenza attraverso due passaggi: in primo luogo grazie alla selezione e composizione da parte dell’artista, in secondo luogo con l’osservazione da parte del fruitore.
Quando i due momenti avranno avuto compimento l’immagine rivelerà (ma non in modo assoluto) un suo significato, perché sarà frutto di un processo multiplo di rimandi tra chi ha scelto una visione, e chi ricevendola potrà (ma non è un assioma) creare nuovi significati. Valutando questa mia interpretazione non posso che rimarcare la difficile definizione di significato applicato a ciò che osserviamo; in senso assoluto il traguardo di un significato reputo sia pretenzioso, perché i traguardi raggiungibili sono molteplici.
Una parziale risposta unilaterale, credo sia possibile trovarla scindendo i due momenti cardine, ovvero proposizione di una visione e fruizione della stessa: in questo caso ci troviamo nell’intimità di un rapporto a due tra immagine ed individuo.
Considerando la mia personale esperienza, posso dire che la rivelazione avviene grazie ai desideri (consapevoli o meno) di chi guarda, quando ciò che osserviamo abbraccia ciò che latente o lampante, alberga nella nostra mente".
I Caffè Culturali:
"Quale ruolo assume la parola in questo processo di rivelazione?".
Marco Lo Cascio:
"Tendenzialmente si è portati a considerare l’arte visiva come una pratica che deve esprimere se stessa esclusivamente utilizzando il proprio linguaggio. Effettivamente questo accade spesso, soprattutto prendendo atto del fatto che si ha di fronte qualcosa nata per la percezione visiva, e il primo significato è sicuramente quello dato da tale impatto.
Ma andando oltre questo primo diretto approccio, la parola partecipa indubbiamente alla definizione dell’opera e del suo significato, e in un contesto dove l’interdisciplinarità è parte integrante non potrebbe essere diversamente. Il primo elemento da considerare è ovviamente il titolo di un’opera (o di una serie di lavori), che partecipa a creare il significato della stessa attraverso un contrappunto tra ciò che osserviamo e le parole scelte dall’artista per intitolarla. Spesso le opere hanno fondamento proprio in questo gioco visivo/linguistico, diversamente ciò che osserviamo rimarrebbe amputato di una sua parte costituente. In alcuni casi la parola (ed il suo concetto) diviene l’essenza dell’opera visiva, basta citare l’artista concettuale Joseph Kosuth per avere una perfetto esempio di tale modalità espressiva.
Ma oltre a tali elementi, è innegabile che l’uomo difficilmente può fare a meno delle parole; in tal senso mi riferisco a ciò che attornia l’opera e il suo senso, ovvero le discussioni teoriche sull’arte, le spiegazioni spesso fornite dagli stessi artisti, le interviste fatte a quest’ultimi. È un intero sistema di parole che orbitano attorno al significato, perché effettivamente è quello che ricerchiamo in modo più impellente, forse con eccessivo pragmatismo".
I Caffè Culturali:
"È mai stato ispirato dalle parole?".
Marco Lo Cascio:
"Il rapporto più intimo con le parole è quello che sviluppo durante la lettura di un libro, è un faccia a faccia con la purezza della parola, senza alcuna interferenza. Sono stato più volte ammaliato dalla pienezza di alcuni concetti espressi nello scorrere di poche misurate parole, ed in tante di queste occasioni ho pensato di sfruttare tanto materiale creativo, ma nessuno dei miei lavori fisicamente realizzati, reputo abbia una tale identificabile matrice. Indubbiamente le parole ispirano concetti visivi traducibili in operazioni artistiche, è un evento inveitabile, allo stesso modo l’arte visiva ispira parole, frasi, romanzi, trattazioni.
È uno scambio tanto naturale da non essere percepibile in modo diretto e certo; non riesco ad identificare tra i miei lavori un esempio esplicativo di tale concatenazione, ma in tale contesto non è affatto negata l’interazione, anzi reputo sia inevitabile. Si potrebbe parlare di un’influenza subliminale delle parole che riceviamo, è un bagaglio che ci portiamo dietro e che utilizziamo inconsapevolmente nelle nostre espressioni, indipendentemente dal mezzo utilizzato".
I Caffè Culturali:
"Quali parole descrivono meglio la sua produzione artistica ed il suo atto creativo?".
Marco Lo Cascio:
"Una delle parole chiave del mio lavoro è progettualità: da sempre il mio approccio alla soluzione visiva di un concetto passa attraverso una serie di passaggi, che descrivono un percorso più vicino al calcolo che all’istintività creativa.
Non è mia intenzione generalizzare sull’operato del mondo artistico, ma indubbiamente l’immaginario collettivo raffigura l’artista come un soggetto che preso da una pulsione creativa produce visioni. Al contrario io mi ritrovo costantemente a ponderare e organizzare le mie mosse passo dopo passo, partendo dalla riflessione, per poi attraversare le varie fasi che porteranno finalmente di fronte la materia scelta per dare corpo alle mie idee. Come già accennato è un meccanismo delle volte faticoso per il suo progredire a tappe prestabilite, e questo comporta che alcune delle idee si perdano in questa sequela di pensieri sull’agire; un pizzico d’invidia mi sfiora pensando all’immediatezza ed alla spontaneità di certi gesti creativi.
Altra parola chiave è serialità, e si rifà ancora ad una volta all’immagine di un meccanismo che si attua attraverso una serie di ingranaggi; allo stesso modo penso alle mie opere come una funzione composta da ingranaggi che trovano il loro senso compiuto solo quando questi si ritrovano uno vicino all’altro. Molti dei miei lavori sono infatti composti da una serie di componenti che costituiscono l’opera. Anche quando mi approccio alla creazione di un quadro, che dovrebbe rappresentare una voce univoca, penso già alla voce successiva, al prossimo quadro che insieme agli altri daranno un senso di reciproca interazione.
Dal punto di vista prettamente contenutistico, vi è un dualismo sia in termini temporali che di compresenza; in alcune fasi della mia produzione ho dato centralità alle emozioni più inquietanti, un naturale fluire di un malessere psicologico che cerca una foce attraverso l’operato artistico. In altri momenti, probabilmente anche per una sorta di autodifesa, il mio obbiettivo (parola non casuale) si è rivolto all'osservazione della realtà circostante, e alla possibilità di trovare un senso al mio lavoro attraverso l'oggettiva presenza di quest'ultima. Un modo probabilmente, per distogliere (parzialmente) lo sguardo dalle mie stanze interiori e concentrarmi sull'esterno, attraverso uno sguardo quasi meccanico dove l'atto principale è la registrazione e selezione del mondo esterno".
I Caffè Culturali:
"Ci potrebbe descrivere il processo sopra espresso, indicandoci un suo lavoro e ripercorrendo le fasi da lei espresse in relazione all'opera presa ad esempio?".
Marco Lo Cascio:

"Un lavoro che evidenza il processo descritto è Il cielo in una Stanza; nasce da una riflessione sulla sindrome depressiva, condensando in esso i due aspetti cardine citati in precedenza, l’esplorazione dell’emozione e la volontà di fissare tale materiale attraverso la progettualità di un meccanismo visivo.
Avendo vissuto in prima persona tale problematica, la decisione di realizzarne un’opera è stata quasi imposta dalle circostanze, direi un fisiologico impulso; le materie prima dell’opera erano a mia disposizione, andava scelta la forma da dare alla struttura visiva.
Il primo passo è stato focalizzare uno degli aspetti peculiari di questa condizione psicologica, il più evidente è risultato la monotonia delle circostanze, delle visioni, dei luoghi. Il contenuto dell’immagine era evidentemente sotto i miei occhi, la mia stanza da letto: ho osservato ciò che mi circondava, ed ho compreso che la quotidianità di quella condizione era fatta d’immagini consequenziali del luogo nel quale trascorrevo più tempo. Da tali vedute nascono i disegni realizzati a carboncino che compongono Il Cielo in una Stanza, una stanza da letto che nella sua quotidiana e poco significante monotonia, diventa un intero mondo temporaneo, con tanto di cielo/tetto da osservare.
I disegni rasentano la rappresentazione fotografica, così da ritrarre in modo meccanico quella realtà, e al tempo stesso vivere in modo diretto la costruzione fisica di quelle immagini. Ancora una volta emotività e freddezza progettuale s’intrecciano.
L’altro elemento utilizzato per comporre l’installazione è il cassetto applicato a parete (al di sotto dei disegni), visione di una specifica dinamica, cioè quel movimento di conservazione o riproposizione di qualcosa in esso contenuto; le immagini della stanza identificano la condizione depressiva, il cassetto simboleggia quel luogo attraverso il quale è possibile dimenticare tale evento oppure riportarlo alla luce. L’istallazione vuole così mettere in scena un movimento bidirezionale e ambiguo: non è chiaro se il cassetto sta per contenere (e far tacere) quella problematica condizione, oppure sta lasciando che essa dilaghi nuovamente.
È questo lo scopo de Il cielo in una Stanza, cercare di fissare quel momento di acuto malessere, e al tempo stesso interrogarsi sulla sua oscura dinamica. La modalità di rappresentazione scelta, si basa proprio sulla reciprocità degli elementi/meccanismi che compongono l’opera".

Il cielo in una stanza
racconto di una genesi artistica

per accedere alla galleria cliccare su questo collegamento

 

I Caffè Culturali:
"Come è stata accolta questa sua composizione dal pubblico? Cosa ha percepito e compreso l'osservatore?".
                                        
                                              La risposta tra qualche giorno in questo spazio.

    

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Informazioni su questa pagina
titolo:"Tavolino riservato a Marco Lo Cascio"
autore: INFOGESTIONE dli
data di pubblicazione: 01.12.2014
ultimo aggiornamento
09.02.2015
codice di riferimento:
IICA141211301810MAN

 
     
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