Tavolino riservato a Silvia Vitrò
l'ospite


Silvia Vitrò


"Il cuore di Solomon"

Nome:

Silvia

Cognome:

Vitrò

Nazionalità:

Italiana

Interessi:

Leggere, scrivere, viaggiare in giro per il mondo.

Note biografiche:

"Sono giudice del Tribunale di Torino. Mi occupo, tra l’altro, di diritto industriale, diritto d’autore, diritto societario e di diritto dell’immigrazione. Oltre al mio ultimo lavoro Il cuore di Solomon, alla redazione di varie monografie e articoli in materia giuridica, ho pubblicato i seguenti romanzi:
Passione celtica, editore Ananke 2007 (legal thriller ambientato a Torino durante le Olimpiadi invernali del 2006 e nell’antica Scozia del 1700), Un giudice allo specchio, editore Elena Morea 2008 (giallo psicologico sullo sfondo della violazione di segreti informatici), Prigionieri dei secoli, editore Marcianum Press 2012 (romanzo storico ambientato in diverse epoche della storia).
Ho scritto inoltre: due racconti (Adelaide Ristori e Una donna moderna) che sono stati pubblicati dalla casa editrice Lineadaria, all’interno dell’antologia sul Risorgimento Italiane, edita nel novembre 2010, e un racconto giallo (Uomini Blu) inserito nella raccolta La luna storta, edita nel 2013 da WLM Edizioni"

L'Ospite in rete:
"E mail" silvia.vitro@giustizia.it

Reperibilità dei lavori:

Le opere di Silvia Vitrò sono reperibili in rete presso i seguenti siti internet:

“Nascere dalla parte più difficile del mondo. L’unica soluzione è scappare? Solomon ha vent’anni. È nato in Nigeria. La sua fuga dall’intolleranza religiosa lo porta a peregrinare per l’Africa e a misurarsi con nuove realtà. Il suo è un viaggio anche spirituale. Per crescere e scoprire se stesso. Da tutte queste esperienze emerge un nuovo Solomon, che non è più un ragazzo, ma è ormai diventato un uomo. Restando fedele alle radici africane, perché scappare può essere un mezzo, ma non un fine e la terra di origine, anche se aspra e disastrata, rimane sempre nel cuore”.

Fonti e reperibilità del testo:
http://www.lafeltrinelli.it

http://www.unilibro.it/libro/

“Perché nel 1792 un villaggio dell’isola scozzese di Tiree viene messo a ferro e fuoco dai soldati inglesi inviati dal re Giorgio III? Qual è l’oggetto prezioso che gli inglesi non trovarono e che venne messo in salvo dall’unico sopravvissuto alla strage? A partire da quella lontana vicenda le autrici tessono una storia simile ad una ragnatela che coinvolge un avvocato di grido di Londra, un giovane magistrato torinese e gli atleti che partecipano alle Olimpiadi Invernali 2006. Quali segreti inconfessabili nasconde la bella Sarah, atleta del Canada giunta a Torino al seguito della sua squadra e travolta dalla passione per il giovane magistrato? Perché scompare misteriosamente? La vicenda narrata si svolge durante le due settimane delle Olimpiadi 2006 e ci conduce per l’Europa e per il Nord America al seguito di uomini e donne alla disperata ricerca di un oggetto misterioso che è, forse, in grado di dare, a chi lo possiede, un potere senza limiti”.

Fonti e reperibilità del testo:
http://www.ananke-edizioni.com

“Il libro è ambientato a Torino e vede come protagonista Alberto Rossi, giovane giudice, con l’hobby dei viaggi le cui vicissitudini iniziano quando il PC prende anima e si permette di commentare la posta elettronica ricevuta, suggerendo anche iniziative. Tutto ha inizio con una strana mail in cirillico. A questa ne seguono altre ed inizia così la caccia al misterioso individuo che invia le e-mail. Sullo sfondo un caso di importazione parallela di vino che vede coinvolti dei trafficanti russi con complici italiani che cercano in tutti i modi, di influenzare il giudice cercando anche di ricattarlo”.

Fonti e reperibilità del testo:
http://www.ebooksitalia.com

“Che cosa unisce il delitto di una matrona romana del I secolo d.c. all’uccisione di una castellana dell’Inghilterra medioevale? E il delitto di una principessa cinese nel XIV secolo d.c. a quello della moglie francese di un ufficiale nazista? Un sottile filo nel tempo tinto di sangue, un’indagine delicata che si dipana attraverso i secoli. A condurla un uomo, sempre diverso, ma sempre uguale, alla ricerca non solo dell’assassino, ma anche di se stesso, della sua libertà, per non rimanere prigioniero di un destino immutabile e per capire che cosa significhi essere felice. ”.

Fonti e reperibilità del testo:
http://www.marcianumpress.it

  Comunicazioni:

presentazione del libro
“Il Cuore di Solomon”

29.01. 2016
ore 17:30
presso
Biblioteca Civica Centrale

Torino
    

l'intervista
I Caffè Culturali:
"Chi è Silvia Vitrò?".
Silvia Vitrò:
“Non sono ancora sicura di saperlo.
Ogni tanto mi sembra di essere vicina alla risposta: sono un giudice del Tribunale di Torino, mi piace scrivere romanzi e racconti, adoro i viaggi, i libri e il cinema.
Ma questa è solo l’apparenza.
Il problema è che sto cambiando. E non sono sicura di ciò che sto diventando o che voglio diventare.
Per esempio, la mia scrittura è mutata. All’inizio, qualche anno fa, quando ho cominciato a scrivere, la mia prosa era più ricca di descrizioni, mi interessava trasmettere immagini e colori.
Adesso vado all’essenziale, poche parole per descrivere qualcosa di più profondo, meno superficiale. Non so se ci riesco, ma non sopporto più di perdere tempo in tante descrizioni.
Mi importa meno l’effetto plastico della bella frase, voglio con parole efficaci parlare dell’animo umano. Non so se ne sono già capace, spero di riuscirci in futuro.
Mi succede anche nel mio lavoro, nella compilazione delle sentenze: niente disquisizioni prolisse, vado al sodo, poche parole per chiarire vicende ed effetti giuridici.
Forse sto invecchiando, gli anni passano, non si può più perdere tempo con divagazioni superficiali!”.
I Caffè Culturali:
"Perché Silvia Vitrò scrive?".
Silvia Vitrò:
"Scrivo, perché sento il bisogno di farlo.
È una necessità, quasi come respirare e mangiare.
Perché immaginare una storia, creare un personaggio, farlo vivere, pensare, amare, odiare, riflettere, mi fa sentire presente, normale, viva.
Perché, mentre scrivo, vivo la scena, vedo le immagini, i paesaggi, i movimenti delle persone, sento profumi, odo suono, musica, parole.
Ma, soprattutto, scrivo per parlare con gli altri.
Non scrivo per me, per sfogarmi, per superare traumi o dolori (perlomeno, finora non è stato così. Non riesco ancora a parlare dei miei problemi, forse).
Scrivo per comunicare pensieri, immagini, sogni, sentimenti agli altri, per dialogare idealmente con le persone.
Per esempio, a proposito del mio ultimo libro, sugli immigrati, per dire agli altri Vedete che cosa subiscono gli immigrati, che cosa succede loro peregrinando per l’Africa, prima di venire da noi, quali sono i loro sentimenti, le loro paure, i loro sogni.
Oppure, se scrivo un giallo o simili, il mio è anche un gioco con il lettore. Vediamo un po’ se indovini chi è l’assassino, ti lascio degli indizi, riesci a seguirli?
Non scriverei, se nessuno, proprio nessuno leggesse quello che scrivo.
Perché scrivere è creare qualcosa (un mondo, un personaggio, anche solo un’immagine).
E non vale la pena creare qualcosa, se non la si condivide con gli altri".
I Caffè Culturali:
"A proposito del suo ultimo lavoro: perché ha sentito di dover scrivere Il cuore di Solomon?".
Silvia Vitrò:
“Una serie interminabile di facce nere, occhi profondi e sofferenti, mani grosse, alti, forti, ma nello stesso tempo deboli e indifesi.
Sono le centinaia di migranti che ho interrogato, nello svolgimento del mio lavoro di giudice, tra l’altro, dell’immigrazione, per accertare la sussistenza o meno dei presupposti per il rilascio dei permessi di soggiorno e per il riconoscimento dei diritti di asilo.
Un conto è applicare la legge, valutare dichiarazioni, fatti, reports delle associazioni umanitarie. E poi adottare comunque una decisione che spesso non è quella che il proprio senso dell’umanità indurrebbe a prendere.
Un conto è guardare quegli occhi, vedere riflessi in essi le praterie sconfinate dell’Africa, i deserti, i colori, la luce e insieme la fame, le guerre, le malattie, il dolore.
Un dolore immenso, che a malapena i migranti riescono a esprimere. Un dolore che è testimoniato anche solo dal fatto che masse infinite di gente si muovono, da un continente all’altro, alla ricerca di una speranza.
Di questo parla, Il Cuore di Solomon. Della speranza, degli ideali di chi la geografia e la storia sembrano aver condannato a esserne privi. Ma il grido muto che si leva dai loro visi neri, dai loro occhi profondi pare dire a tutti che anch’essi hanno diritto alla speranza. Che i migranti sono uguali a noi. Che, solo, hanno avuto la sfortuna di nascere dalla parte più difficile del mondo”.
I Caffè Culturali:
"Perché pensa che le persone debbano o desiderino conoscere tali realtà? Cosa differenzia Il cuore di Solomon dalla valanga di informazioni fornite dai mezzi di comunicazione, dai talk show, dai social network?".
Silvia Vitrò:
"La differenza la fa lui, Solomon.
Non sono cifre, statistiche, generali considerazioni sulle masse che si spostano, sull’accoglienza, sull’emergenza extracomunitari, sui governi che sbarrano frontiere, sul trattato di Schengen che periodicamente viene violato, sulla disperazione da una parte e la sindrome dell’invasione dall’altra. Solomon non sa nulla di tutto questo.
Solomon è un ragazzo che fugge e questa è la sua storia.
È una persona, non un numero.
E il romanzo fa conoscere ciò che vede, prova, affronta un ragazzo di 20 anni che è nato nella parte più difficile del mondo. Dove il problema di ogni giorno è la fame, è la fuga da persecuzioni e minacce, dal fanatismo e dai pregiudizi. Dove trascorrere mesi della propria vita in un campo profughi affollato da una marea di miserabili che vivono quasi di niente è all’ordine del giorno.
Dove, però, l’incontro con tante realtà diverse e con la saggezza dei popoli del deserto e la scoperta dei valori dell’amicizia e della solidarietà possono far crescere un ragazzo e farlo diventare un uomo.
La differenza consiste nel vivere una migrazione dal di dentro, vedere che cosa succede prima di salire su di un barcone pieno di gente, capire perché arrivare a quella barca è già un successo, perché affrontare il rischio di morire affogati non fa paura. Perché alle spalle non c’è futuro, mentre davanti una speranza di vita dignitosa può ancora esserci".
I Caffè Culturali:
"Tutto ciò quale influenza esercita su Silvia Vitrò, giudice?".
Silvia Vitrò:
"Scrivere di Solomon e del dramma della migrazione degli africani mi ha reso più sensibile rispetto a questa materia anche dal punto di vista giuridico.
I fascicoli di cui mi devo occupare in quest’ambito non sono più dei semplici numeri di registro per me (non lo sono in realtà mai davvero stati, ma adesso ancora meno), perché dietro di loro vedo le persone e la loro sofferenza.
Il che, naturalmente, non mi induce ad una applicazione della legge meno rigorosa.
Ma nel mio lavoro l’attenzione alla dimensione umana di chi ricorre alla giustizia permette decisioni più aderenti alla realtà e più rispettose dei diritti fondamentali delle persone".
I Caffè Culturali:
"Dall'inizio di questa nostra intervista molto è cambiato nella modalità internazionale di risposta a questo problema. Al di là della della ignobile speculazione su questo tema, di cui tutte le componenti politiche si sono macchiate, ritiene da professionista dell'applicazione giuridica che la nostra normativa sia realmente adatta ad affrontare tale dramma? Cosa prova un giudice e cosa prevede la sua deontologia, quando nel profondo della propria anima percepisce incoerenza tra ordinamento e condizioni esistenziali, tra ragioni di stato e la pena di porzioni di umanità, a cui non è riconosciuto la possibilità di autodeterminare il proprio destino? Il diritto sarà sempre l'utopia dei più deboli?

 

La risposta tra qualche giorno in questo spazio.

 

    

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Informazioni su questa pagina
titolo:"Tavolino riservato a Silvia Vitrò"
autore: INFOGESTIONE dli
data di pubblicazione: 11.01.2016
ultimo aggiornamento
19.03.2016
codice di riferimento:
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