Stato

di Gian Stefano Mandrino

Sembrerebbe datata tredicesimo secolo, dal latino "statum", la presenza di questa parola nel panorama lessicale italiano. Secondo il mio dizionario (il "Sabatini Coletti" datato anch'esso molti anni, ma a cui sono molto affezionato) il lemma avrebbe molti significati. L'elenco delle varie accezioni, curiosamente, inizia con "condizione, modo di essere o di trovarsi". Solo all'ottavo punto l'elenco rivela il significato cercato, che pensavo aver smarrito in questa mia mezza età, così simile al cammino del sommo poeta fiorentino: per oscurità di via, s'intende, non per altro. Stato: "Entità giuridica e politica sovrana costituita da un territorio, da una popolazione, che lo occupa e da un ordinamento giuridico attraverso cui la sovranità viene esercitata". Ricapitoliamo quindi: sono in un territorio delimitato e riconoscibile? Sì, almeno così mi sembra, secondo a quanto risulta al mio cellulare ed alle sue mappe. Esiste una popolazione? Qualcuno che si agita attorno a me lo noto, certo. Esiste l'ordinamento giuridico con cui viene esercitata la sovranità? Se ci riferiamo a quelle parole scritte, che mi obbligano, mi vessano, determinano la mia vita, sovente in modo violento, ossessivo, umiliante, pur traendo origine da altre parole così osannate ultimamente in televisione, che mi vedono cittadino, poiché lavoratore sottomesso a studi di settore e presunzione di colpevolezza, allora anche quel requisito è soddisfatto. Ho compreso cosa sia lo stato.

Mai, e ribadisco mai, mi sono sentito considerato come essere umano da ciò che ho imparato ora essere l'ordinamento sovrano. A tale vasta produzione di norme non mi sono mai rivolto come un figlio, che si potesse compiacere nel e del genitore. Mi sono sempre sentito un impianto organico, debole e timoroso di incappare in qualche sanzione, in qualche terribile "disguido" del sistema burocratico sovrano. Dall'anno del servizio di leva all'ultima coda allo sportello della Pubblica Amministrazione la percezoine non è cambiata: gli altri, occupanti un ben delimitato territorio, organizzati in determinate logiche, esercitano su di me, sovrani, arroganza, presunzione ed ignoranza, lasciandomi lontano dal percepirmi "Fratello d'Italia".

Qui non è la solita questione, pur vera, del potere della pubblica amministrazione inefficiente o del sistema politico corrotto, no cari malcapitati Lettori. Al termine di quest'anno, esaminando l'elenco delle persone incrociate sul mio cammino professionale, per il novanta per cento esse si sono rivelate sgradevoli, intendendo tale termine come il riferimento con cui descrivere le situazioni venute a maturare da tali incontri: disimpegno, inganni, imbrogli, invidie, egoismi, furti, maldicenze e, rilevato quest'anno, addirittura malocchio... secondo un soggetto anch'esso facente parte del gruppo del novanta per cento. "La natura aborrisce il vuoto", asseriva il vulcaniano Spok in un episodio di Star Trek (per molti pessima produzione anni '50 farcita di dubbi, etica ed ideali). Ecco quindi che persone come quelle indicate non possono che essere rappresentate se non da coloro che ne condividano mentalità e stili di vita. Se ritengo la gestione della cosa pubblica, "cosa di altri", non mi devo lamentare se quegli altri ne prendano possesso. Se il rapporto con leggi e norme è questione di furbizia e non di orgoglio civico, non mi vergognarmi di essere italiano ed europeo al cospetto di ogni notiziario televisivo. Se ad ogni legislatura si viene a formare una maggioranza, vista l'assenza di colpi di stato, qualcuno dovrà averla pure votata.

E se fossimo veramente ciò che cerchiamo? E' mai possibile che una ridicola campagna elettorale sia imperniata solo su aspetti finanziari ed economici. Qualcuno accenna, ogni tanto, al lavoro, sacrificato sull'altare della contabilità di stato: oltre il nulla. Se un extraterrestre ascoltasse le amenità raccontate da media e politici si farebbe un'idea strana della nostra società, pardon del nostro stato. Sembriamo privi di ogni altra ambizione e necessità, sembriamo aver superato ogni difficoltà, solo l'aspetto finanziario è presente e costituisce una nostra, anzi l'unica nostra necessità. Tutto è tradotto in termini di vantaggio economico, di misura finanziaria. Se le carceri scoppiano per il sovraffollamento, solo pochi denunciano il fatto ed ancora meno sono coloro che si chiedono la ragione di ciò. Chi parla nei programmi di promozione elettorale di donne uccise, di sistemi scolastici ed educativi allo sbando, di conflitti generazionali, di innalzamento della temperatura planetaria, dell'assenza di identità sociale? Chi traguarda orizzonti più vasti, chi si chiede della qualità non solo materiale della vita? Anche in questo caso, forse, potrebbe essere questione di "spread", ma dovrebbe essere questo a deporre come imputato, come esecutore di un sistema, che potrebbe essere colpevole di tanti affollamenti e di tanti fallimenti esistenziali.

Siamo certi di non confondere la cura con il sintomo? Come ci dovremmo definire noi, popolazione di quel limite territoriale sovrano? Chi siamo? Di cosa abbiamo veramente bisogno?

E se stessimo per diventare realmente ciò che cerchiamo? In quale "stato" ci troveremo ad essere? (Anche profetico il mio dizionario).

Informazioni su questa pagina
titolo:"Stato".
data di pubblicazione: 23.01.2013
ultimo aggiornamento
23.01.2013

autore: Gian Stefano Mandrino

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